Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

sabato 20 settembre 2008

A Stefano che se n'è andato. E scusa il ritardo...

I pensieri a volte hanno bisogno di "decantare", come la schiuma di un'ottima birra scura, prima di essere goduti fino in fondo.
Questo il mio piccolo, personale, omaggio ad un artista:

Stefano rosso se n'è andato (mentre Calderoli e Bondi scoppiano di salute aggiungerei con un pizzico di tristezza..), ed allora i ricordi improvvisamente riemergono dalla polvere, così come i versi delle sue canzoni, da tempo mute eppure mai dimenticate...

A lui devo il mio primo "concerto live", a cui mi accompagnò 1000 anni fa' un intrepido cugino più grande, in un fumoso locale sotto il cinema Politeama, a Terni, una cantina che negli anni 70 era una sorta di discoteca equivoca dove - di quando in quando - si esibivano anche cantanti dal vivo.

Avrò avuto 12 / 13 anni (ergo nel Pleistocene...) e quell'impatto con la musica folk, in un pomeriggio di domenica (e già: esistevano addirittura i mattinè all'epoca... ) ha marchiato indelebilmente la mia memoria musicale, aprendo la strada al country folk, all'emozione della chitarra a 12 corde ed all'oscuro oggetto del desiderio musicale che era un banjo suonato con grande perizia dal trasteverino.

Certo, i testi che paralvano di Bologna 77, Via della Scala, o di storie disoneste erano ancora leggermente ermetici per me (in quel tempo il Pakistano nero era - al limite - un orientale di colore..), eppure capivo che qualcosa stava scuotendo la scena musicale ed il paese, e la voce leggermente nasale del romanaccio esorcizzava le bombe e la paura delle P38 che serpeggiava dentro le nostre casette borghesi, dalla tv in bianco e nero, e si faceva melodica nella penombra fumosa (e non erano solo sigarette...) di quella disoteca improvvisamente trasformata in una parafrasi ternana del folk studio.

Ricordo ancora con tenerezza la copertina del suo LP (che bel suono ha ancora questo strano dittongo vinilico alle orecchie dei più anzianotti) e allora senti cosa fo', in cui un innamorato evidentemente arrabbiato (lo si deduce poi dal testo) attende la sua morosa al varco, dietro un angolo, in un gesto che sembra richiamare quello dei brigatisti, una foto in rigoroso B/N dove però - come in un sogno vespertino - il mazzo di fiori che impugna al posto della pistola è l'unica macchia di colore...

Da qualche parte l'ho ancora quel disco, confuso tra altri pezzi di archeologia del moderno, forse in qualche scatolone polveroso, magari accanto a "Sotto il segno dei Pesci" o a "Generale", inconsciamente rimosso dal mio passato, dalla storia stessa di quegli strani anni tesi tra utopia e disincanto, anni in cui si imparava a suonare la chitarra con Stefano Rosso, anni in cui comprai anch'io un banjo (a 6 corde!!) perchè - in qualche modo - quella sferzata di protesta folk mi aveva toccato nell'anima, forse...

Forse tra un po' andrò a rispolverare quel disco e me lo guarderò un po', con nostalgia, come si guardano le foto di famiglia..
Ciao Stefano, e grazie per l'utopia.

4 commenti:

MusEum ha detto...

Bellissimo questo post...

Maria Rita ha detto...

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digito ergo sum ha detto...

Ehi, anche io nel Pleistocene ero un ragazzino. Buon viaggio, Stefano.

silvio di giorgio ha detto...

bel post...anche per la precisazione sulla salute di bondi...