Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

sabato 30 gennaio 2010

Il terzino nella grappa

Alcune dipartite - sebbene lontane dall'ambito familiare - mi colpiscono al cuore; sono un tipo abbastanza empatico con il dolore e la morte (un allegrone insomma...), mi reputo abbastanza Rilkiano in questo senso, ovvero tratto la prospettiva della mia fine con sufficienza e filosofia. Ma non quella degli altri.
Aldilà dell'ovvio ambito familiare, quando se ne va una persona vicina alle mie corde, che sia un musicista (De Andrè, Bertoli), o attore/scrittore che ho amato, allora in me scatta una specie di mestizia funerea, ed i giorni seguenti la morte penso molto a quello che - indirettamente - mi ha lasciato l'uomo.

Questa volta è successo con J.D. Salinger. Sebbene la sua vita fosse ormai da anni nell'ombra, nell'esilio volontario dal successo e dalla folla (ho sempre ritenuto quella sua foto rubata molto inquietante, una violenza alla sua privacy, quasi un urlo di Munch contemporaneo..), la sua scrittura mi ha fatto crescere, ed il Giovane Holden (The Catcher in the Rye) è sicuramente uno dei libri che ho amato di più.


All'annuncio della morte, mi sono avvicinato alla mia cara, polverosa libreria, alla ricerca del volumetto Einaudi che sapevo nascosto tra altri, ma con mio grande stupore, non l'ho trovato.

Purtroppo ho sempre avuto la cattiva abitudine di prestare i libri, e molti prestiti nel corso degli anni si sono tramutati in veri e propri acquisti in leasing, ed i volumi che lasciarono la mia accogliente casa per una vacanza, si sono poi trasferiti definitivamente su altri scaffali!

Mannaggia! Quindi, perso un po' dallo sconforto, sono uscito e ne ho comprato una nuova copia, fresca di scaffale: un rimpiazzo vergine, a dire il vero, e mi è dispiaciuto un pò, visto che l'altro libro era invece testimone delle mie note, pieno di appunti ed idee...

Comunque: l'ho trattato subito con amore, ho iniziato a rileggerlo per l'ennesima volta ed allora mi sono ritornate in mente tante cose.

Cosa mi piacque (ed ancora amo) di questo libro? Beh, difficile fare un elenco del piacere; diciamo in primo luogo che già il titolo mi ha da sempre affascinato, e che lo porto spesso ad esempio (a scuola, all'università) della difficoltà delle traduzioni.

Cito dalla prefazione Einaudi:

"Il titolo di questo romanzo, The Catcher in the Rye, è intraducibile. Al suo signi­ficato si fa riferimento di sfuggita in due punti del libro (capp. xvi e xvn). La famosa canzone scozzese di Robert Burns cui si allude ha una strofa che dice:

Gin a body meet a body Coming through the rye; Gin a body kiss a body, Need a body cry?

Cioè, traducendo letteralmente dal vernacolo scozzese: « Se una persona incontra una persona che viene attraverso la segale; se una persona bacia una persona, deve una per­sona piangere? »
II protagonista del romanzo, il giovane Holden Caulfield, sente cantare questa vec­chia canzone da un bambino per la strada; crede di ricordarsi quel primo verso ma se lo ricorda storpiato: « If a body catch a body coming through the rye » (« Se una per­sona afferra una persona che viene attraverso la segale »). L'immagine che questo verso storpiato gli chiama alla mente è quella di una frotta di bambini che giocano in un campo di segale, sull'orlo di un dirupo; quando un bambino sta per cascare nel dirupo c'è qualcuno che lo acchiappa al volo: the catcher in the rye, che potremmo tradurre: l'acchiappatore nella segale, il coglitore nella segale, il pescatore nella segale.

Ma un titolo come The Catcher in the Rye non evoca solo idilliche immagini agre­sti all'orecchio dei lettori americani, per i quali sia la parola catcher che la parola rye sodo molto familiari con un significato del tutto moderno. Catcher è chiamato uno dei giocatori della squadra di baseball, il « prenditore », cioè colui che, munito di guan­tone, corazza e maschera, sta dietro il batsman (battitore) per cercar di afferrare la palla lanciata dal pichter (lanciatore) se il battitore non la respinge con la sua mazza. Col nome di rye si designa comunemente il whisky-rye, il popolare tipo di whisky ottenuto dalla fermentazione della segale o di una mescolanza di segale e malto. Il titolo The Catcher in the Rye, letto come puro accostamento di parole, suona come potrebbe suo­nare da noi il terzino nella grappa."

Quindi un romanzo molto americano, ed una lingua viva, giovane, specchio di uno slang - forse rivisto e corretto - degli anni '50, della giovane America post bellica. Molti critici hanno addirittura attaccato questo slang, ritenendolo troppo metropolitano, basso, non degno di una letteratura "alta". Ma proprio qui sta la sua magia: Holden Caulfield è un Leopold Bloom più icastico, diretto, e meno intellettuale: il suo stream of consciousness in realtà è paura di parlare, perchè - come ha ben rilevato Alessandro Portelli - se una parola viene detta a voce alta, essa smette di esistere in testa, nell'anima, sfugge alla magia.... Le cose dette scompaiono, come le persone.

Il costante De-route linguistico, la digressione continua dei suoi discorsi, il non voler portare a termine i pensieri, è la lingua moderna, è un bisogno del controllo totale della sua vita e di quella degli altri, è (cito ancora Portelli) uno spazio associativo di probabilità.

Il lettore poco attento, magari frettoloso, passa velocemente oltre queste digressioni, forse addirittura "scocciato" dai continui cambi di registro e dal ritmo spezzato del discorso, dove abbondano i "and so on", (in italiano tradotti con "e compagnia bella"), " and all", "I mean...", dove l'interferenza dell'oralità con la scrittura può essere interpretata come un ostacolo alla fluidità del plot, (a volte penso che se Holden Caulfield fosse cresciuto oggi sarebbe Peter Griffin!) ma non lo è!

Eppure - secondo me - proprio qui sta la straordinarietà della "gioventù" di Holden, nel suo mescolarsi continuamente nella vita Newyorkese, mentre evita di vivere appieno la sua città, il fuggire dalle scuole senza grandi rimorsi, il suo porsi domande inutili (celebre è la questione delle anitre sul lago gelato del Central Park..), i suoi sprezzanti commenti sulla musica che "sucks", sui fasulli (phonies) che spuntano da ogni strada, mentre gli sfugge l'originalità della vita stessa...

Le esitazioni sul suo futuro, le disillusioni e le cattive esperienze (tra prostitute non sfruttate, sbronze, litigi ecc..) ed i tentativi di fuggire dalle responsabilità verso la famiglia, per poi ripiegare proprio nella quotidianità familiare per amore della sorella, tutte le sue scelte (e non-scelte) sono il riflesso di quell'America degli anni 50, dove il sogno di fuggire all'Ovest si scontra con la musica pop e con il jazz, dove la frontiera si sposta dalla geografia all'anima.

Tutto questo, e tanto altro ancora, mi ha fatto amare Holden Caulfield, e (forse) mi sono rispecchiato un po' nella sue incertezze, almeno durante le prime letture giovanili. Anch'io sognavo il West, ma poi mi sono ritrovato a girovagare nello zoo....

13 commenti:

Ornella ha detto...

WOW!What a lesson!

Yuki aka Prisma ha detto...

Che meraviglia sentirti (leggerti) raccontare dei libri che ami... Ovviamente, mea ignorantia, non ho letto neanche questo romanzo... :( E ora devo rimediare assolutamente...

ziamaina ha detto...

Aspettavo questo post: e sono molto soddisfatta della tua recensione.
Però MAI prestare un libro, mai!!!

Ipazia ha detto...

No, vedrai che non l'hai prestato, ma visto che i libri decidono da soli con chi accompagnarsi, se ne sarà andato in uno scaffale per te del tutto imprevisto (non oso immaginare quale!)

rom ha detto...

Grazie, Fabio!
Come a volte accade, l'attenzione ha rallentato un poco l'andatura e s'è soffermata su un aspetto secondario del tuo bel quadro. Vado a ritrovarlo.
"... se una parola viene detta a voce alta, essa smette di esistere in testa, nell'anima, sfugge alla magia.... Le cose dette scompaiono, come le persone. (Portelli)"
Ma tu, pensi che sia così?
Ho preso un po' di freddo portando a spasso il cane, poco fa, e ora, di nuovo al caldo, non ho voglia di mettermi a pensare, a formulare. Però quella frase mi perplime.
Forse non riesco a dir parole a proposito di quelle parole perché mi ha impaurito quel dire e non voglio che mi scompaiano le parole dicendole, scrivendole: anzi, nemmeno le penso così sto ancora più al sicuro - nessuna mia parola verrà fissata a tradimento come quell'immagine di Salinger.
Ecco, sì, più che il freddo e il ritorno al tepore di casa, deve essere qualcosa di questi paraggi timici e gnostici, che non mi permette di dire niente su quella frase: non esporrò i miei pensieri alla luce, così nessuno potrà vederli, fotografarli, la mia privacy sarà salvaguardata, ma soprattutto essi pensieri non spariranno, non moriranno - io, non morirò: sarà questo? come dire? sì, certo, tutto passa, il fiume non è mai lo stesso, ma se non ci entro, nel fiume, forse me la cavo.
:-)

Baol ha detto...

Bro, Il Giovane Holden è stato uno dei libri più belli letti nell'adolescenza, letto in contemporanea con Siddharta...molto più bello Holden :)


Sappi che questo è l'unico post su Salinger in cui ho lasciato un commento...

fabio r. ha detto...

@ornella: thanks!
@yuki: beh c'è sempre tempo per un libro, no?
@ziamaina: eheheh... sui libri poi h imparato!
@ipazia: sarebbe proprio un comportamento da libro, spuntare fuori all'improvviso!
@rom: la frase non è mia, ma di Portelli, ma mi piace.. non sono convinto dell'assunto in assoluto, ma quell'idea di una parola in fieri che poi appena nasce muore (tipo bruco - farfalla?) mi affascina! io ho preso freddo in giro da solo in piazza... ma mi piace il freddo, e poi quando parli fai le nuvolette, ed allora può darsi che le parole rimangano un po' in vita dentro quelle nuvolette, no?
@baol: ti ringrazio bro, ammetto però che c'era il trucco: ho pensato "quale titolo assurdo di un post potrebbe attrarre baol? uno che somiglia ai suoi!" eccolo qui! ha funzionato no?

Marco ha detto...

Confesso che questo romanzo non mi ha mai ispirato, forse perché era uno di quelli più inflazionati quando ero adolescente, assieme a Siddharta tanto per cambiare. Penso che prima o poi lo recupererò, anche se non credo che mi farà lo stesso effetto che mi avrebbe fatto da adolescente :-)

Suysan ha detto...

Io l'ho letto da poco, approfittando che mio figlio lo doveva leggere per la scuola...

p.s. mai prestare i libri e aggiungo anche i dischi che ci piacciono

amatamari© ha detto...

Un gran bel post, un vero piacere leggerti.
Grazie.
:-)

Serena ha detto...

La tua recensione è splendida. Sei perfetto per il lavoro che hai scelto di fare.
I libri prestati? Forse chi ha la tua copia ne ha molto più bisogno di te. Questo è il gioco della vita, amare qualcosa e lasciarla andare quando è il momento. Quello che ti ha regalato queto libro, l'ho appena letto.
Un abbraccio

fabio r. ha detto...

@marco: con il tempo la percezione delle letture cambia, è vero...
@suysan: mai e poi mai più !!
@amatamari: troppo buona!
@serena: grazie, gentilissima, speriamo che quella copia stia bene e coccolata allora!

Baol ha detto...

E' un titolo bellissimo...quindi grazie per aver detto che assomiglia ai miei...

;)