Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

domenica 28 febbraio 2010

Le sirene silenziose

La natura "parabolica" di Kafka mi affascina da sempre. Ogni parola, ogni pensiero è una parabola, una selva di simboli e metafore, attraverso cui il lettore deve passare, indenne, per giungere alla fine.
La sorpresa è appunto qui però: la fine non c'è. Ovvero, quella che chiamiamo fine è solo un'altra porta socchiusa, una come quelle dietro il contadino che attende di essere chiamato dalla legge: si ha l'impressione che la risposta, la fine "il fine" sia lì, vicino (il paradiso solo al terzo piano, come direbbe De Andrè..) eppure non è mai così.

Kafka rovescia l'ovvio, costruisce mondi paralleli proprio dietro un curva, dopo un rettilineo apparentemente facile, dopo aver attraversato campi e seguito sentieri, sicuri dell'ovvio finale "fiabesco" (e vissero tutti felici e contenti?) della storia, ci ritroviamo in bilico sul dirupo sopra l'abisso metafisico.

Questo atteggiamento (spiazzante, verfremdend, come direbbe Brecht, uno che Kafka non l'ha mai capito tra l'altro..) può essere visto come un limite, uno scherzo giocato al novantesimo minuto, osteggiato e rifiutato dal buon lettore di Voghera, che a questo punto lascia baracca e burattini (un detto allitterativo, sapevate?) e - scornato - chiude il libro, magari lanciando un'imprecazione verso il praghese.
A me invece piace perdermi lungo i sentieri, quelli tracciati e quelli incolti, mi piace girare pagina e trovarmi all'Inferno, o magari a Wonderland (non dico a Narnia perché qui ci vivo!) e mi piace subire il bluff, essere spiazzato.
Comprendo che questo "amore" non è condiviso da tanti lettori, e confesso che anch'io amo anche le storie semplici, pulite, rassicuranti, non posso negarlo. Eppure ogni tanto ho bisogno di perdermi, come un Rabbino che legge il Talmud, e che vorrebbe arrivare a capire la scrittura di Dio, ed invece si ritrova a leggere i filatteri...

Da sempre mi affascina la celebre antitesi: il Silenzio delle Sirene, una figura letteraria che - non so bene come - sembra rispecchiare molto di me. Il breve racconto, a cui da' il titolo, parla di Ulisse, di Odisseo, altra figura importante nella mia formazione, e la "parabola" che vi è rappresentata mi sembra una perfetta sintesi della scrittura Kafkiana.


Franz Kafka, Il silenzio delle Sirene (Das Schweigen der Sirenen)

Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili, possono servire alla salvezza.


Per difendersi dalle Sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si lasciò incatenare all'albero maestro. Naturalmente tutti i viaggiatori avrebbero potuto fare da sempre qualcosa di simile, eccetto quelli che le Sirene avevano già sedotto da lontano, ma era risaputo in tutto il mondo che era impossibile che questo potesse servire.


Il canto delle Sirene penetrava dappertutto e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene e albero. Odisseo non ci pensò, benché forse lo sapesse. Confidava pienamente in quel poco di cera e in quel fascio di catene, e, con innocente gioia per i suoi mezzucci, andò direttamente incontro alle Sirene.


Ora, le Sirene hanno un'arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio. Non è certamente accaduto, ma potrebbe essere che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere.


E, in effetti, quando Odisseo arrivò, le potenti cantatrici non cantarono, sia che credessero che solo il silenzio potesse vincere quell'avversario, sia che, alla vista della beatitudine nel volto di Odisseo, che non pensava ad altro che a cere e a catene, si dimenticassero proprio di cantare.
Ma Odisseo tuttavia, per così dire, non udì il loro silenzio, e credette che cantassero e di essere lui solo protetto dall'udirle.

Di sfuggita vide sulle prime il movimento dei loro colli, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse, ma credette che questo facesse parte delle arie che non udite risuonavano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò appena il suo sguardo fisso nella lontananza, le Sirene sparirono davanti alla sua risolutezza e, proprio quando era più vicino a loro, non seppe più niente di loro.


Quelle - più belle che mai - si stirarono e si girarono, fecero agitare al vento i loro tremendi capelli sciolti e tesero le unghie sulle rocce. Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile lo sguardo dei grandi occhi di Odisseo.
Se le Sirene avessero coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Ma sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro.


A questo punto, si tramanda ancora un'appendice. Odisseo, si dice, era così astuto, era una tale volpe, che neppure la Parca del destino poteva penetrare nel suo intimo. Egli, benché questo non si possa capire con l'intelletto umano, forse si è realmente accorto che le Sirene tacevano e ha, per così dire, solo opposto come scudo a loro e agli dèi la suddetta finzione.

5 commenti:

enne ha detto...

Ammetto di non aver approfondito, e di aver letto, fino ad ora, solo "La metamorfosi".
Ma capisco quello che intendi, e sono d'accordo con te.
Notte, Fabio.

rom ha detto...

Muchas gracias, Fabio!
C'è un passo, in particolare, che mi ha attratto - sirenicamente? - questo:"Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile lo sguardo dei grandi occhi di Odisseo."
Ah!...
Il suono dovrebbe essere arrivato a noi prima delle immagini visive - che i suoni poi producano immagini di tipo visivo, è molto probabile. Dico: quando stavamo nella pancia della donna in cui iniziammo e ci formammo per poi infine venire all'aria e alla luce, nascendo. Lì, a strutture biologiche sufficienti a percepire, i suoni dovrebbero esserci arrivati quando tutto era, probabilmente, al buio. Non c'era ancora stata la suprema attivazione che avviene alla nascita, con tutte le interconnessioni nervose che allora si innescano - le intense sollecitazioni della tattilità profonda già nel passaggio attraverso il canale del parto, la luce che appare, i suoni nitidi e forti trasmessi nell'aria, l'aria che penetra nei polmoni - ma è probabile che i suoni li sentimmo anche quando stavamo nella quiete amniotica dell'utero, da un certo punto in poi.
Quindi, volevo dire: prima i suoni, poi la luce, le immagini visive - per i vedenti, è chiaro.
Eppure, le immagini visive hanno un potere, una primarietà, una precedenza, che a mio parere sussiste anche nelle persone che come loro stile percettivo privilegiano i suoni.
La curiosità è anzitutto visiva. Arrivare a vedere una cosa con i propri occhi è la percezione di realtà che non può essere negata - di solito, poi siamo bravi anche in questa negazione: ma una cosa è il racconto di una cosa, la sua immaginazione per fantasia (phantazein: far apparire), altra cosa è vederla, lì davanti a noi, vederla con i propri occhi retinici.
Le sirene vogliono essere viste: non più la sapiente seduzione attiva del canto, non più la sottile seduzione passiva del silenzio - tà! vogliono essere viste, carpire il più a lungo possibile lo sguardo dei "grandi occhi" di Ulisse. Ulisse il curioso, oltre che gran furbo - Ulisse che corre grandi rischi, per la sua sete di visione oltre l'ascolto.

Baol ha detto...

Meraviglioso Kafka, meraviglioso

credo che sarà uno dei miei prossimi riassunti

;)

amatamari© ha detto...

Magnifico.

fabio r. ha detto...

@enne: a piccole dosi Kafka è come una medicina, sai?
@rom: che dire? un post il tuo, bello e "metafisico" ! sono d'accordo sulla voglia delle Sirene di essere notate e credo che anche il loro silenzio possa essere ammaliante!
@baol: MAGARA!
@amatamari: ma grazie!