Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

domenica 25 marzo 2012

La sindrome di Salgari

Ci sono alcuni autori (pochi, purtroppo) che hanno il dono di essere immaginifici: le loro parole non si accontentano di descrivere il mondo, bensì lo creano. Leggendoli il lettore ha il privilegio di tuffarsi nelle piazze affollate di Marrakech, con i suoi ambulanti, districandosi tra i colori, i profumi, le essenze che fuoriescono dai vicoli e dal Suk; ci mettiamo lo zaino in spalla ed attendiamo un passaggio, ai bordi di una strada polversa, mentre i canguri ci osservano da lontano, e seguiamo le vie dei canti; oppure ci ritroviamo a passeggiare, con noncuranza, leggeri come la brezza del mare, lungo strade deserte la domenica mattina a Vigata; o ancora: prendiamo il tram al volo, e ci arrampichiamo con loro lungo i saliscendi di Lisbona, buttando l'occhio verso le finestre socchiuse di palazzi antichi, vuoti all'apparenza, eppure vivi, di ballerini e di Fado.
Non conosciamo quelle città, o almeno non le conosciamo ancora, nel momento in cui le percorriamo con gli occhi fissi sulle pagine, magari di sera, mentre immobili ci accovacciamo sulle poltrone, sognando di camminare lungo quelle strade.
Poi le vedremo, forse, un giorno; le conosceremo ed i nostri occhi sicuramente andranno a cercare le trame delle letture passate, alla ricerca di conferme, con lo stupore del bambino che per la prima volta vede l'arcobaleno nel cielo, mentre ancora tiene in mano un libro di favole irlandesi..
Leggendo negli anni mi sono appassionato a quella che chiamiamo "letteratura di viaggio", ed amo dilungarmi nella lettura dei luoghi narrati, di quelli noti e di quelli ignoti, eppure sognati, irraggiungibili forse, e comunque amati.
Non conosco Marrakech, eppure potrei descrivere l'intero quartiere dei mercati grazie ad Elias Canetti; non ho mai visitato l'Australia, ma l'ho percorsa 100 volte accanto a Bruce Chatwin; so che Vigata non esiste, eppure c'è, è una geografia letteraria che conosco a memoria.
Non ho mai visto Lisbona, ma grazie a Tabucchi mi sono innamorato del suo Fado, delle strade, dei colori, dello sferragliare dei tram, e persino della lingua, così musicale.
Tabucchi non c'è più, ed io mi sento triste. E' come se qualche spirito cattivo avesse strappato una pagina del mio atlante salgariano.


4 commenti:

Grazia ha detto...

Ho visitato Lisbona grazie a Tabucchi e ho riconosciuto là tutte le sue atmosfere. Anche per questo gli sono grata.
Molto bello l'omaggio che gli hai dedicato

ziamaina ha detto...

Mai stata a Lisbona, né letto nulla (vergogna, lo so...) di Tabucchi. Ma condivido in tutto il gusto malinconico di questo tuo post...
Grazie.

la Cri ha detto...

Questo è quello che fa di un libro un BUON LIBRO.. O no? :)

(sono Lady Cocca)

Moky ha detto...

I libri sono la migliore introduzione al mondo, quando sono buoni.... :)