Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

lunedì 18 febbraio 2013

We, the People


In questi giorni ho deciso di dedicarmi alla lettura di ben 2 libri contemporaneamente (mi succede spesso, soprattutto nei momenti tristi, quando tendo a separarmi dal mondo per mezzo delle parole altrui, magari dopo mesi di scarsa frequentazione delle pagine...), entrambi aventi per oggetto l'America e la sua storia, diversi ma affascinanti.

Il primo è in inglese, molto divertente, si chiama The cartoon history of the United States, ed è consigliabile a chiunque voglia farsi un'idea generale della storia degli USA magari divertendosi un po' - sebbene le informazioni e le tesi siano molto serie e puntuali - il tutto è infatti spiegato con vignette e disegni, molto espliciti ed ironici..



Il secondo invece è più serio, molto noto tra gli studiosi (lo sto leggendo in italiano, ma un giorno voglio leggerlo in inglese, vale la pena..) e va a soddisfare una mia curiosità, visto che spesso ne  ho incontrato citazioni nelle mie letture, e quindi sono andato alla fonte: Storia del popolo americano, di Howard Zinn. 

L'autore affronta la storia del "popolo" americano - a partire dal 1492 (sebbene il titolo errato nell'edizione pocket reciti 1942... chissà se tra qualche anno varrà molti soldi, come il  Gronchi rosa?) letta attraverso gli occhi di chi "subisce" la storia, piuttosto che farla; la gente comune, gli schiavi, gli indiani (native americans) e gli operai infatti sono sovente testimoni involontari delle grandi macchinazioni dei potenti che scrivono la storia ufficiale, il più delle volte muti testimoni, vittime involontarie delle guerre e dei conflitti. Zinn da' loro voce, e quella voce rimbomba nelle nostre coscienze (un libro che consiglio vivamente alla neo americana amica Moky, caso mai non lo avesse letto, in inglese: A people's history of the United States...)

Entrambi i volumi - ognuno a modo suo chiaramente - pongono grande attenzione all'idea stessa della libertà espressa dalla parola, all'importanza del popolo quale veicolo unico e sovrano (con tutti i limiti storici, per cui il popolo che firmò la dichiarazione d'indipendenza fu per lo più un grippo di ricchi possidenti del nord...) della Democrazia, e quindi al testo che più di tutti testimonia questa novità: la Declaration of indipendence del 1776.



Queste due letture mi hanno riportato alla mente un altro bel libro, che lessi anni fa'  e che spesso riprendo in mano, per amore e cultura: Il Testo e la Voce, dove Alessandro Portelli (mio amatissimo professore universitario....) affronta con profondità lo  strano rapporto tra l'oralità che si fa scrittura e che trova forma completa nei documenti fondanti della storia americana.

La tesi ormai è nota anche in Italia, persino tra i non addetti ai lavori: la costituzione scritta degli USA chiude, in un certo senso, l'oralità della rivoluzione, e la legge fonda i propri principi anche sulla fedeltà a quei valori "religiosi" che erano stati esiliati in Europa, e che quindi approdarono nel nuovo mondo con i Padri Pellegrini.



La contaminazione popolare della scrittura (non solo quella letteraria) si ritrova nei proclami scritti, e le grida dei rivoltosi di Boston nel 1770 diventano immediatamente scrittura, quando Samuel Adams fa tappezzare la città di manifesti per avvisare dell'arrivo degli inglesi pronti a sparare...

Nei nascenti Stati Uniti la stampa gioca infatti un ruolo fondamentale: si può affermare che la stessa guerra d'indipendenza sia una rivoluzione scritta, per la prima volta nel mondo, prima ancora che in Francia, la stampa, i manifesti stampati furono il primo elemento di comunicazione "di massa" a fini politici.
Ciò presuppone chiaramente una certa abitudine alla lettura (spesso della Bibbia, secondo la tradizione dei padri pellegrini) e quindi una percentuale relativamente bassa di analfabeti!

L'oralità e la scrittura convergono in un processo di memorizzazione immediata, ed il popolo passa dal hic et nunc, dai bisogni del presente alla tematizzazione degli stessi in forma scritta.

"...When in the Course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature's God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation...."

Questo l'incipt della dichiarazione di indipendenza, un brano in cui - in nuce - c'è tutta la cultura e la dialettica tipica dei discorsi patriottici: c'è il riferimento all'oggi (the course of human events), alle leggi naturali ed a Dio (the Laws of Nature and of Nature's God), e l'utopia laicizzante" (they should declare the causes which impel them to the separation).




Questi valori sono universali, e così la stessa Costituzione, così come voluto da Benjamin Franklin, sarà firmata da tutto il popolo, e la firma congiunta di tutti i partecipanti alla convenzione, se ne garantisce l'autenticità e l'accordo, ne nega anche una sola paternità.
Firmando tutti è come se nessuno l'avesse firmata, è il popolo stesso che la firma:

We the People of the United States, in Order to form a more perfect Union, establish Justice, ensure domestic Tranquility, provide for the common defence, promote the general Welfare, and secure the Blessings of Liberty to ourselves and our Posterity, do ordain and establish this Constitution for the United States of America.

Qui l'incpit - se vogliamo - è ancora più forte: "We the people of the United States", il popolo la vuole, non un'entità (la Repubblica) o un valore (Liberté), ma i cittadini che non delegano, bensì la Vox Populi che diventa immediatamente Vox Dei...


Bene: nei discorsi di insediamento di Obama  (sia nel primo che nel secondo) c'è ancora l'eco di questa tradizione, laddove cita le scritture, lo fa nel solco della tradizione orale, della Bibbia così come la legge il pastore durante i sermoni (e la mente torna a Moby Dick, ed al sermone ai pescatori), quelle stesse letture che ancora oggi definiscono la cultura popolare in America.



L'America è giovane, eppure conosce le Scritture, ed insegue la promessa divina, quel Pursuit of happiness che tanto fa storcere la bocca a noi europei (e che invece ha fatto innamorare Muccino!), eppure vivo, incrollabile mito orale che viene sancito nella legge.

La formula di chiusura di ogni giuramento (sempre sulla Bibbia, dai tribunali al Campidoglio, dagli Stadi di football alle scuole) continua ad essere "So help me God" e seppure non esplicitamente richiesto dalla legge scritta, ma segno tangibile di un retaggio di oralità e cultura popolare, esso rimane nelle formule.

Ecco quindi che il solco della parola che si fa letteratura, della tradizione orale che viene derubata della sua stessa essenza dalla scrittura, ma che in essa rinasce, come una fenice, fonda l'identità stessa degli Stati Uniti, oggi come 200 anni fa'.

3 commenti:

Moky ha detto...

Fabio, io la storia degli US la sto imparando coi miei figli... :)
Scritto bene come sempre, professore!

fabio r. ha detto...

grazie moky gentile come sempre!!

Silvia Pareschi ha detto...

Ma che bello, The Cartoon History of US! Forse così riuscirò anch'io a leggere un po' di storia...