Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

giovedì 21 marzo 2013

Recupera

Ogni decennio, ogni generazione ha le sue parole d'ordine: un tempo si chiamavano "slogan", un termine arcaico, scozzese che originariamente significava urlo di battaglia, per indicare ogni frase memorabile  pronunciata dal Re, dal capo o da un generale prima di una guerra, per caricare i propri soldati.

Gli anni '80 hanno visto la mutazione dello slogan in ogni campo, da quello politico a quello televisivo, ed in un decennio lo slogan si è rapidamente trasformato in "spot pubblicitario", annuncio di grandi offerte televisive, piuttosto che di grandi battaglie, perdendo l'antico spessore "immaginifico", svuotato di significati riempendosi di immagini kitsch che ne hanno accompagnato la comparsa in  TV, definendo una merce piuttosto che un'idea (come aveva già previsto Walter Benjamin negli anni '30) ed allora le parole ripetute a voce alta ci hanno travolto, ci hanno "rincoglionito" ed hanno formato un unico kitsch onirico (per dirla alla Jung) distillato dalla televisione onnipresente.



Alcune parole - grazie a Dio - si sono salvate, e seppure strettamente legate alle prime immagini a colori che ci nutrivano dal tubo catodico, hanno segnato le nostre coscienze di teleutenti e cittadini, imprimendosi nella memoria, fornendoci l'humus di una radice comune, contribuendo a definire la nostra indefinibile Generazione X.
Tra le parole e le immagini che mi hanno definito ci sono sicuramente quelle proferite dal giornalista in TV che  annunciò il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro,  ed anche - per passare a cose più liete -  il celebre grido di Nando Martellini alla finale di Italia-Germania nel 1982 con i suoi tre "Campioni del Mondo", e le parole (appena intuite, quasi leggendo le labbra) del presidente Pertini che - rivolto ai suoi vicini - dice "ormai non ci riprendono più"!



In mezzo, nel 1980, mentre il mondo era ancora diviso in blocchi, ci furono le Olimpiadi a Mosca, senza gli USA che, per protesta contro l'invasione sovietica dell'Afghanistan, rimasero a casa, alimentando le speranze di vittoria dei noi poveri europei.
La nostra gara era sicuramente quella dei 200 metri piani, non i 100 - la gara per eccellenza, la vetrina dei moderni eroi - ma i più riflessivi 200, con il nostro eroe personale, familiare: Pietro Mennea.



Rivedendo le immagini oggi non posso che osservare come l'ideale dell'atleta invincibile di quel tempo sia lontano anni luce da quello attuale: guardando Mennea accanto a Bolt, o Micheal Johnson (che gli strappò il record mondiale di 19,72 dopo quasi 20 anni !) rivedo i miei eroi: imperfetti, gracili, dalle gambe lunghe e le facce sofferenti, ripenso al mio idolo di allora: Spillo Altobelli, esile come un giunco, con un quarto dei muscoli di un qualsiasi Balotelli moderno,  sempre a rischio di rottura (ai miei occhi preoccupati), eppure combattente, inarrivabile per me e per gli avversari.


Pietro Mennea correva veloce, ma non sembrava così veloce a vederlo in tv, sembra sempre sull'orlo della caduta, sempre indietro fino ai 100 metri, un eroe stanco, uno di quegli atleti che- nel caso avessi puntato 1000 lire - ti preparava mentalmente alla sconfitta, a dare i soldi ai tuoi amici, eppure nel tuo profondo sapevi/speravi sempre nel miracolo, nel colpo finale.

La finale dei 200 metri di Mosca è uno di quei momenti che mi hanno definito: per anni - con  gli amici a scuola - ci ripetemmo a vicenda la telecronaca della gara vista in TV, la sapevamo tutti a memoria, così come ancora oggi mi ricordo della formazione dell'Italia del 1982, era un suono che dava sicurezza, come un mantra.
La fatica negli occhi di Mennea, il suo andamento sghembo, l'insicurezza di un italiano abituato a correre sulle strade polverose del sud è tutta in quei 200 metri, e la sua vittoria finale (inattesa? forse no, sperata, desiderata) ha contribuito a cementare la mia generazione più di quanto potesse fare la scuola o la famiglia in quegli anni '80.



Le parole del telecronista riflettono questa incredulità, la poca fiducia riguardo alla vittoria, fino alla svolta, nel rettilineo finale, quando la parola RECUPERA risuonò come un'eco in  TV e nella nostra testa di allora, ed oggi ancora risuona nella memoria..

La rimonta di Mennea fu quella di un'Italia difficile, quasi disperata, che cercava di uscire dagli anni di piombo, senza sapere che stava invece per cadere in quelli di fango (cit. Altan) di tangentopoli, di altri segreti e misteri, con  Ustica e Bologna appena alle spalle, e la morte dei suoi leader storici dietro l'angolo. Ma in quell'estate strana, senza gli americani, con i sovietici, la DDR, l'intero patto di Varsavia in campo, la sua rimonta fu un atto eroico.
Oggi Mennea se n'è andato. Che la terra ti sia lieve, e velocissima.


2 commenti:

ziamaina ha detto...

E se ne vanno sempre i migliori... Frase banale, ma tristemente attuale. Grazie per questo post...

Grazia ha detto...

Grazie per questo ricordo: a vedere quella mitica finale alla televisione c'ero anch'io. Che la terra davvero gli sia lieve per tutto quello che ci ha dato: una lezione di caparbietà e di tenacia che tendiamo troppo spesso a dimenticare.