Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

giovedì 20 marzo 2014

L'Utopia Danubiana secondo Joseph Roth; qualche riflessione intorno alla Marcia di Radetzky

“Il Danubio   è ancora una volta il simbolo della frontiera, perché il Danubio è un fiume che passa attraverso tante frontiere, è quindi simbolo della necessità e della difficoltà di attraversare frontiere, non soltanto nazionali, politiche, sociali, ma anche psicologiche, culturali, religiose. Il viaggio danubiano è pure un viaggio nei propri inferi e in quella Babele del mondo odierno che certamente ha nella Mitteleuropa un suo simbolo particolare, ma è una Babele del mondo intero”
(Claudio Magris: Danubio)

Secondo una felice intuizione del germanista e scrittore Claudio Magris l’impero Austro-Ungarico può ben definirsi la “civiltà del frammento”: con questo termine l'autore intende sottolineare la complessità culturale (e linguistica) di un territorio così vasto, un gigante politico e militare che ha dettato legge  in Europa per oltre 500 anni, ma che – in sostanza – aveva i piedi di argilla, essendo costituito da decine di micro-identità territoriali, di enclave, di minoranze etniche, tutte compresse e guidate dalla grande aquila asburgica, le cui enormi ali si estendevano lungo il Danubio, vera koinè dell’impero.



La “Felix Austria”, quella parte di mondo sui cui non tramonta mai il sole, ha segnato la cultura europea di gran parte del 19° e del 20° secolo: basti pensare a Klimt, la Secessione, la letteratura mitteleuropea, i Caffè viennesi, la psicanalisi, il Valzer, l’opera lirica ecc….     Non a caso Vienna e la civiltà danubiana ancora oggi sono sinonimo di arte e memoria, della nostalgia di un tempo “eroico” dell’Europa, e l’asse Vienna – Budapest – Praga è entrato di diritto in una sorta di geografia onirica della nostra storia comune.
Tra i cantori della bella Epoque annoveriamo Schnitzler, Grillparzer, Stifter, Hoffmanstahl, Karl Kraus, Werfel ed infine Stefan Zweig e Joseph Roth: questi due ultimi autori sono anche  i testimoni della fine di un’era, i poeti della decadenza asburgica, che partono dalla fine di quel sogno imperiale per raccontarci la nascita di un nuovo secolo, di nuovi equilibri, descrivendo l’immobilità danubiana di fronte al moderno, con occhio critico, ma anche con la tenerezza di chi ha vissuto all’interno di un’utopia estetica come quella asburgica.
Stefan Zweig è l’esule, il ribelle, che descriverà nel suo “Mondo di ieri” le ipocrisie, le miserie spirituali che si celavano sotto la patina rispettabile dell’Austria Felix tanto decantata dalla stampa ufficiale;  in un’epoca in cui Freud (proprio nel suo studio Viennese di Berggasse) ha iniziato a scoperchiare la pentola del subconscio, Zweig usa le stesse tecniche per disvelare l’inconscio della sua nazione, portando alla luce la faccia sotto la maschera.
Un tema, questo della maschera, che ricorre anche in Schnitzler, non  a caso amico e confidente di Freud, il quale nel “Doppio sogno” si occupa proprio di questi temi. Dal suo racconto Stanley Kubrik ha poi tratto il film Eyes wide Shut.



L’altro “Omero” della Finis Austriae è Joseph Roth: un  autore a lungo osteggiato e quasi dimenticato, che però nella seconda parte del 20° secolo si è preso la sua – postuma – rivincita: dalla sua penna è scaturita  l’immagine più vivida e partecipata del passaggio storico tra il mito Asburgico e la Anschluss nazista. 
Narrando l’epopea della famiglia Von Trotta, dagli splendori dell’Impero fino alla vigilia dell’era nazionalsocialista, Roth ci coinvolge nella malinconica nostalgia del passato eroico, in una narrazione sempre ammantata da un velo di tristezza, poiché lui è testimone di questa parabola discendente, in quanto scrittore contemporaneo, che vive ed opera sotto il dominio Hitleriano, opponendovisi con l’unica arma che trova efficace: la sua letteratura.
In due volumi, La marcia di Radetzky e La cripta dei Cappuccini, Joseph Roth dipinge un quadro idealizzato delle speranze e delle delusioni della dinastia danubiana; il suo sguardo nostalgico  verso quell’epoca (La Marcia di Radetzky risale infatti al 1932, alla vigilia della presa di potere di Hitler…) ci parla anche della debolezza intrinseca di quel periodo, un tempo sembra mitico, ma che in effetti aveva in se’ i germi della contaminazione nazionalsocialista.

La storia  della famiglia Von Trotta è il paradigma di questa caduta, del declino imperiale asburgico: la vicenda inizia infatti con la battaglia di Solferino, nel 1859, quando  un oscuro sottotenente, di modeste origini e sloveno di nascita, salva dal colpo di fucile di un cecchino l'imperatore Francesco Giuseppe e rimane ferito. Per questo atto di coraggio il semplice soldato Trotta acquista  il prefisso nobiliare “Von” e una promozione nell'esercito.
La marcia di Radetzky è la colonna sonora ideale per le vicende della famiglia Von Trotta, che inizia proprio  con l’eroe di Solferino (che lascerà l'esercito quando scoprirà che il suo gesto nei libri di storia per le scuole è stato gonfiato a scopi propagandistici…) passando per le  generazioni successive, fino al nipote, il sottotenente Joseph von Trotta, che morirà nella Grande Guerra. Il romanzo si chiude con la morte di Francesco Giuseppe e la parallela e conseguente morte del capitano distrettuale, padre di Joseph e figlio dell'eroe di Solferino.

L’ultimo rappresentante della nobile stirpe è  (come nei Buddenbrook di Thomas Mann) forse il più “decadente”, l’antieroe che vive la sua eredità come  un peso: Carl Joseph, un sottotenente svogliato, ingessato dal formalismo.  Lui è la metafora della disillusione imperiale, e la sua breve esperienza militare (vera e propria “lingua comune” familiare..)  coincide con lo scoppio della Grande Guerra. La sua morte grigia avverrà in un giorno di pioggia, e lui morirà senza aver combattuto, senza aver vissuto nemmeno per un'ora in quella guerra, alla quale si era preparato per tutta la vita.
Joseph Roth fa della decadenza dei Von Trotta un perfetto paradigma delle fine dell’Impero, narrandoci anche  la storia dell'imperatore, mentre le due trame viaggiano parallele nel romanzo: più stabile la prima, a sprazzi invece e per brevi incontri la seconda.



La marcia di Radetzky è quasi un romanzo a tesi, costruito con il fine di voler narrare il declino dell’epoca Asburgica . La decadenza è l'oggetto stesso del racconto, essa è infatti annunciata pagina dopo pagina, è indicata e evidenziata in mille segni e in mille situazioni simboliche.
Molte sono le descrizioni che accennano alla fine di quel mondo, al tramonto del sogno universalistico di un impero multietnico, un luogo in cui l’Imperatore – alla fine della sua vita – perde la memoria dei confini, e la frontiera inizia a dissolversi prima ancora di scoppiare in una guerra: “quella frontiera dove la rovina del mondo già si poteva vedere chiaramente, come si vede un temporale addensarsi ai margini di una città..." e ancora "Perché era solo a questo mondo! E anche questo mondo crollava!" "Noi siamo, dico, gli ultimi di un mondo in cui Dio elargisce ancora le sue grazie ai sovrani..."

C'è rimpianto, da parte di Roth, per questo mondo che scompare?  Sicuramente c’è affetto, reverenza, ma anche ironia nel descrivere  un vecchio imperatore  un po’ rimbambito, come si farebbe per un vecchio zio che si sopporta a casa, magari come ospite per le feste…  C’è della polvere nel romanzo,  come quella che si posa col tempo sopra il mobilio Biedermeier delle case borghesi, un presagio della fine, una fine intuita da persino da Francesco Giuseppe, l’imperatore che amava le divise, le parate militari, il formalismo della corte,  ma disprezzava le guerre, perché sapeva che “le guerre si perdono”…   
Gli eroi di quel mondo ora si guardano da lontano, con ironia, ed allora ci si accorge che non hanno un vero spessore umano: sono marionette, stereotipi, burocrati della vita, stretti e ingabbiati in uno schema da operetta Viennese.




In questo La Marcia di Radetzky è un romanzo importante, che segna un'epoca e rappresenta l’opera più significativa di un'intera generazione di artisti e di letterati. Protagonista del romanzo è il declino di un'intera epoca. Il mondo è cambiato dopo la Grande Guerra, e Roth lo ha fotografato un attimo prima che tutto crollasse. Con questo romanzo possiamo ben dire che si chiude un'epoca. Solo dopo La marcia di Radetzky inizia veramente il ‘900.

N.B. questo testo è stato recentemente pubblicato anche nella rubrica "Babele", all'interno del sito cronache24.

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