Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

venerdì 22 luglio 2016

The runaway American dream

Il Boss è tornato a Roma, la "città più bella del mondo" e ci accoglie in un italiano un po' arrugginito (malgrado le radici materne) con "Roma, daje!" giusto per far esplodere i 70.000 al Circo Massimo, così, per alleggerire l'attesa...




Un concerto di Springsteen non è un semplice evento musicale, ovvero, lo è - ci mancherebbe altro - ma solo in parte, solo ad una prima lettura superficiale: il Boss è genuinamente "blood, flesh and tears" dell'America contemporanea, lui rappresenta tutto ciò che la cultura popolare - nel senso più alto, non diminutivo - può proporre al mondo.

Tra le righe degli spartiti, tra una nota e l'altra si stende la tradizione orale e quella letteraria, la memoria collettiva e quella personale dell'America, una memoria che si fa testo, trama, "plot" per dar vita e dei mini romanzi in musica, erede della tradizione Mozartiana, volendo spingerci un po' più indietro, per cui il libretto è parte potente dell'opera, e Don Giovanni, o Figaro, non troverebbero voce se dietro la musica non ci fosse il testo.

Il bello dei suoi show (concerto è un termine riduttivo per lui) è che ognuno può trovarci  qualcosa che sente solo "suo",  in un processo immediato di personificazione, di appropriazione di quei miti moderni che il Boss descrive come antieroi nei suoi testi.  Ogni singolo spettatore si lega  - quasi come per affinità elettiva - ad uno o all'altro pezzo, e lo fa suo, si immedesima nella musica e nel testo.