Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

venerdì 22 luglio 2016

The runaway American dream

Il Boss è tornato a Roma, la "città più bella del mondo" e ci accoglie in un italiano un po' arrugginito (malgrado le radici materne) con "Roma, daje!" giusto per far esplodere i 70.000 al Circo Massimo, così, per alleggerire l'attesa...




Un concerto di Springsteen non è un semplice evento musicale, ovvero, lo è - ci mancherebbe altro - ma solo in parte, solo ad una prima lettura superficiale: il Boss è genuinamente "blood, flesh and tears" dell'America contemporanea, lui rappresenta tutto ciò che la cultura popolare - nel senso più alto, non diminutivo - può proporre al mondo.

Tra le righe degli spartiti, tra una nota e l'altra si stende la tradizione orale e quella letteraria, la memoria collettiva e quella personale dell'America, una memoria che si fa testo, trama, "plot" per dar vita e dei mini romanzi in musica, erede della tradizione Mozartiana, volendo spingerci un po' più indietro, per cui il libretto è parte potente dell'opera, e Don Giovanni, o Figaro, non troverebbero voce se dietro la musica non ci fosse il testo.

Il bello dei suoi show (concerto è un termine riduttivo per lui) è che ognuno può trovarci  qualcosa che sente solo "suo",  in un processo immediato di personificazione, di appropriazione di quei miti moderni che il Boss descrive come antieroi nei suoi testi.  Ogni singolo spettatore si lega  - quasi come per affinità elettiva - ad uno o all'altro pezzo, e lo fa suo, si immedesima nella musica e nel testo.

giovedì 23 giugno 2016

Nel bel mezzo dell'estate: riflessioni sotto il sole di San Giovanni

La prima notizia direi sia proprio questa: le parole che state leggendo (che qualcuno, pochi, molti, un tot stanno leggendo...) sono il frutto inatteso e non programmato di un lungo periodo di assenza dal caro vecchio tronco di tela (web-log, etimologicamente parlando) su cui un tempo usavo annotare pensieri e parole con uno stiletto di ferro, trovato nella foresta presso Walden, e gelosamente custodito tra i miei strumenti della scrittura.

sabato 26 dicembre 2015

A conti fatti

 
 Il 2015 sta per finire. Mi verrebbe da urlare "finalmente!" ma mi rendo conto che - a parte qualche piccola, lodevole eccezione - questo urlo Ginsbergiano potrebbe ben accompagnare i due anni precedenti, come minimo.
Diciamo che sono passato attraverso una sorta di "trilogia del dolore" quasi ottocentesca, iniziata con qualche scossone familare nel 2013, proseguita nell'annus horribilis 2014 e giunta al termine (spero!) con questo 2015 che mi ha portato ancora lutti, dispiaceri, malanni ed il coronamento del cancro!
I punti a favore di quest'anno demmerda? Beh, il cancro l'ho scacciato via, insieme alla tiroide ed ad altri piccoli organi collaterali.. E non è poco! 

martedì 24 novembre 2015

You've got a friend (or two..)

Sarà che in questo periodo di stallo pre-operatorio (vedi post precedente) sto diventando più sensibile del solito - ed io sono già ipersensibile di mio - sarà che si avvicina il Natale con la famiglia sempre più ristretta, sarà che sono in crisi di passaggio tra il lavoro vecchio e quello nuovo, insomma saranno tutte queste cose, ma la verità è che l'unico momento di pace relativa me lo godo la sera, a letto, coccolato dai miei due gatti.
Sembra poco, ma credetemi, in alcuni giorni bui è tantissimo. 



domenica 25 ottobre 2015

L'ospite inatteso

Non è facile parlarne, a volte viene persino difficile chiamarlo per nome, eppure adesso lui è una parte di me, lo  devo ospitare  per un po' (ma ho già in mente di cacciarlo di casa presto...), ed anche se la visita sarà verosimilmente  indolore, e lui rimarrà pressoché invisibile, l'ospite è qui, nella mia gola.

venerdì 21 agosto 2015

Because tramps like us, baby we were born to run....

Jack Keroauc: Sulla Strada

Leggere (o rileggere)  “On the Road” di Jack Keroauc, oggi, è ancora  un’esperienza totalizzante, anche a distanza di anni, anche dopo aver digerito, idolatrato, analizzato o persino ripudiato quel periodo affascinante della cultura post bellica che chiamiamo Beat Generation.

Il viaggio di Sal Paradise attraverso il continente nordamericano resta la pietra angolare del movimento Beatnik, ed accanto alla poesia L’Urlo (Howl) dell’amico Allen Ginsberg Sulla Strada rappresenta una vera svolta epocale all’interno della cultura di massa tra gli anni 50 e 60.



L’anno 1951 segna  un punto di non ritorno per la letteratura statunitense, e di conseguenza per quella mondiale (visto che gli USA iniziano a dettare legge nel mondo non solo col piano Marshall, ma anche con la musica, il cinema ed i libri...) : proprio in questo anno infatti vengono pubblicati sia l’opera di Kerouac, che quella di J. D Salinger, The catcher in the rye (Il giovane Holden) che assurgono immediatamente a veri e propri manifesti letterari della rivoluzione giovanile in America, mettendo in un angolo gli autori della cosiddetta Lost Generation (tra cui Hemingway, Fitzgerald, Dos Passos..) che sembrano invecchiare rapidamente agli occhi della gioventù americana che sta scoprendo il Jazz ed il Rock and Roll.

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare». »

La frenesia del viaggio, la voglia di fuggire dalla quotidianità, il senso della scoperta di spazi e persone nuove, la ribellione vista come spostamento, come rifiuto della staticità “borghese” di una middle class che sta crescendo sull’onda del primo Boom economico d’America, tutto si può leggere nel racconto di Sal Paradise, voce narrante di questo rinnovato romanzo picaresco del XX secolo.



Le pagine scorrono tra continui passaggi in autostop e lunghe attese solitarie fuori delle stazioni delle corriere, tra notti passate al freddo del deserto e giorni roventi sulle strade verso quell’Eden della Beat generation che era San Francisco, e la west coast in generale.

Il rapporto di amore-odio tra Sal e Dan Moriarty è il substrato del romanzo, una sublimazione del rapporto reale tra Kerouac e Neal Cassady, così come dietro la corte di sognatori, sfaccendati, poeti e stravaganti personaggi che si muovono all’unisono con Sal, a volte precedendolo, altre seguendolo nel suo itinerario verso il West, si cela il nucleo originale della Beat generation con  Allen Ginsberg (nel romanzo Carlo Marx !), Hal Chase, William Boroughs ecc…

Il romanzo si divide in  cinque parti, ognuna delle quali ci narra un viaggio: il primo risale al 1947, il quinto al 1950. Il primo capitolo è sicuramente il più avventuroso e consistente, quello in cui le descrizioni paesaggistiche e sentimentali sono più incisive, un vero spaccato dell’esperienza della ricerca della Frontiera, in cui è possibile ritrovare l’eco di Steinbeck e dei suoi disperati in viaggio verso la speranza di una vita migliore in California. 

Anche il linguaggio – facendo le debite proporzioni – a tratti ricorda la lingua spezzata e corrosa dei protagonisti di Furore, ma in questo caso sembra volersi fare lessico essenziale per la nascente  Beat generation, un inglese studiato “a tavolino” quindi, cosciente dell’impatto sulla cultura del suo tempo, non una semplice registrazione di vocaboli  e registri linguistici reali.
Anche in questa scelta stilistica Kerouac è più vicino a Salinger che non a Steinbeck: la Beat generation (e conseguentemente questo libro)  vuole rappresentarsi e presentarsi al pubblico con un suo progetto, ed un suo manifesto, proprio come fecero i Romantici inglesi della fine del 700.

Ogni viaggio di Sal prevede anche un ritorno (più o meno accidentato del viaggio di andata…) perché la sua voglia di viaggiare, di fuggire, di ricominciare  altrove,  naufraga ogni volta nella disillusione del risveglio.  Così Sal ritorna a New York e riprende a frequentare l'università, a scrivere (sta per pubblicare  il suo primo romanzo) ed a preoccuparsi dei suoi problemi economici, finchè Dean non riappare in scena.  E’ lui il motore primo del viaggio, di una Fernweh romantica che esplode ogni qualvolta i due si incontrano, e così il tempo dell’immobilità Newyorkese cede il passo ai chilometri, al deserto, alle avventure sulla strada.

« Passò più di un anno prima che rivedessi Dean... Avevo passato un tranquillo Natale in campagna, me ne resi conto quando rientrammo in casa e vidi l'albero, i regali, sentii il profumo del tacchino che arrostiva e ascoltai i discorsi dei parenti. Ma ora mi era tornata l'irrequietezza, un'irrequietezza di nome Dean Moriarty,  
e io stavo per lanciarmi in un'altra scorribanda sulla strada. »

Quando Kerouac scrive il libro ha 29 anni, e secondo la “vulgata” l’opera viene scritta quasi di getto, nel 1951, in sole tre settimane, nella propria casa, a New York, usando degli  appunti raccolti al tempo dei suoi viaggi.  Curiosamente il libro venne dattiloscritto su un intero rotolo di carta per telescrivente lungo 36 metri. Questo rotolo (di cui abbiamo diverse immagini fotografiche) fu poi aggiudicato in asta nel 2001 per un oltre due milioni di dollari.



Rifiutato da diverse case editrici, spesso a causa del linguaggio spesso ritenuto osceno dalla censura maccartista,  il romanzo viene alla fine   pubblicato dalla Viking Press nel 1957, solo dopo però che Kerouac ebbe l’accortezza di cambiarne tutti i nomi originali.

Il romanzo di Kerouac nasce sulla scia di un mito tutto americano: quello della frontiera, la tendenza a conquistare nuovi spazi, dapprima “orizzontali”, ovvero la conquista del west, poi – dove la terra non permette  più di viaggiare oltre – quelli “verticali” costruendo grattacieli sempre più alti in spazi ristretti (come a New York). 

La voglia di muoversi caratterizza da sempre  la cultura USA, passando dai libri al cinema, ed il XX secolo è stato segnato anche  in termini di onirico collettivo da molti esempi del genere, ed allora On the Road è l’anello di congiunzione perfetto tra la ricerca della wilderness che troviamo già nel Walden di Thoreau, e le nuove frontiere ispano-americane descritte da Cormac Mc Carthy.



Ognuno nella propria vita ha avuto un momento, un  periodo, o un’età, in cui questa “frenesia” del viaggio, della fuga è comparsa all’improvviso, ogni ragazzo si trasforma  in un Ulisse prima  o poi, magari solo con la mente, ed allora un libro come “Sulla Strada” appartiene ad ognuno di noi, perché tutti prima  o poi ci immedesimiamo nelle parole di Bruce Springsteen: “Because tramps like us, baby we were  born to run…”.

Fabio ronci