Galeotto Marzio: un umanista Narnese a Budapest, tra Mattia e Dracula


Durante il 15° secolo Narni mostra poca sensibilità verso le aperture dell’Umanesimo nascente, queste sono infatti limitate ad apporti esterni e sporadici, prevalentemente sotto forma artistica (il Maestro da Narni del 1409 è sicuramente uno spirito proto-rinascimentale, rispetto alla cultura letteraria formalmente inesistente...).









Il ‘400 è un’epoca in cui le famiglie illustri della città di Narni forniscono più soldati di ventura che letterati al paese, tra questi spicca sicuramente Erasmo (il Gattamelata), il più celebre, ma non l’unico. Non esiste invece emigrazione di cervelli. Della famiglia Marzi poco sappiamo dai documenti: solo nel 1400 viene nominata una tale Francesca Martius, figlia di Paolo, che sposa un Rodolfini, il nome sull’architrave dell’abitazione gentilizia, tuttora visibile in Via Mazzini, è posteriore a quest’epoca, sebbene forse la casa-torre appartenesse a quella famiglia già da tempo.







Galeotto Marzio, l'umanista eretico
Figura di spicco, eccezione alla regola, è però proprio Galeotto, della famiglia dei Marzi: i suoi vari interessi, dalla medicina alla chiromanzia, dalla cultura scritta a quella orale, gli hanno causato non pochi problemi.
Dal 1462 al 1477 ricopre la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l’Università di Bologna, lavora a Padova, e quindi in Ungheria, ma a causa di una sua opera “De incognita Vulgo” nel 1477 viene accusato di eresia dall’Inquisizione, ed è costretto a ritrattare pubblicamente le sue tesi, ma viene comunque messo alla berlina!
La sua eresia, quella per cui verrà condannato e che emerge dai suoi scritti, è di tipo cristologico: egli sembra infatti negare la necessità dell’incarnazione per la salvezza dell’umanità, sebbene poi egli stesso si preoccupi della salvezza degli uomini virtuosi dell’antichità classica.
Attorno alla sua figura nasce un problema di ricostruzione filologica: ci rimangono infatti solo 10 lettere autografe, mancano invece completamente le trascrizioni delle sue lezioni a Padova, o ricordi di alunni. 
Restano invece alcune polemiche con altri Umanisti dell’epoca, spesso a causa della sua professione di medico, suo primo interesse.
La sintesi tra letteratura e medicina è anch’essa un segno della modernità dell’umanesimo di Galeotto. 
Le sue polemiche con i colleghi italiani (il Filelfo ed il Merula tra gli altri) dimostrano anche una certa “antipatia” di questi (e sicuramente incomprensione per la sua metodologia non ortodossa) verso l’emigrante narnese.




Galeotto medico
Alcuni umanisti lo attaccano perché lui - caso quasi unico nella cultura ufficiale dell’epoca - non conosce il greco, né la cultura ellenistica, sebbene il Marzio dichiara di averla invece imparata da Giano Pannonio, che gliela insegnò nella sua casa di Montagnana (fatto poi smentito). 

Nell’opera “De Homine” (una ricognizione della fisicità dell’uomo sotto l’aspetto medico - filosofico) si preoccupa del bene fisico degli uomini, ed indica alcune ricette per curare malattie quali la sciatica, sbagliando l’etimo delle parole greche (disonorevole colpa!), eppure egli stesso rileverà più volte l’esigenza (umanistica, questa sì) di studiare il greco.

Esiste anche una raccolta di Carmina di Galeotto, troppo esigua però per ricostruire la sua fisionomia di poeta della lingua latina. Si interessa sicuramente di filologia, antiquario nell’accezione umanistica, almeno fino al 1476, anno in cui rinuncia a pubblicare opere di carattere filologico - letterario.
Con il libro “De doctrina Promiscua” (1489), dedicato a Lorenzo de Medici, Galeotto cerca di ristabilire un contatto con l’ambiente mediceo e con l’avanzato umanesimo fiorentino, ma senza successo: troppo distante è il suo umanesimo da quello mediceo. 
Galeotto forse intuisce la distanza di un Umanesimo italiano corretto filologicamente (per così dire alla Bembo), ma sterile, mai vicino ad esprimere un Erasmo da Rotterdam, il suo ideale resta quello di una perizia universale nelle arti e nelle scienze.





I soggiorni ungheresi
Medico in un periodo in cui la medicina umanistica sfocia spesso in altre materie: lettere, filologia, astrologia, chiromanzia, filosofia. 
Il Serdonati, traduttore in volgare fiorentino del "De Doctrina Promiscua", lo dipinge, infatti, come “...interessato alla filosofia ed alla medicina, astrologia, arti matematiche ed arte oratoria e poetica...”
Un interesse particolare Galeotto lo dimostra anche per le scienze alchemiche, fatto non raro in questo periodo in cui chimica ed alchimia spesso coincidono nelle tesi degli Umanisti.
Per alcuni scienziati però questa rimane fortemente legata alla magia, all’idea di imbroglio. 
Anche l’ambiente ungherese, quella corte di Mattia Corvino che lo vede protagonista a Budapest, offre nel XV° secolo la compresenza di molte personalità a metà strada tra arti mediche e magiche, che vanno a sovrapporsi con l’anatomia vera e propria.
L’opera maggiore del Galeotto, il "De Homine", consta di due libri: il primo tratta le parti esterne ed il secondo le parti interne dell’uomo, è sostanzialmente un compendio letterario circa alcune patologie dell’uomo, influenzato da tesi Aristoteliche e latine. 
Galeotto però spesso si dilunga sulle radici etimologiche delle malattie affrontate, senza esaminarle profondamente (e, come visto, commettendo errori filologici...).
Il XV secolo segna anche la ripresa dello studio (anche su stimolo mediorientale, o arabo) degli effetti dell’astrologia sul corpo, così come l’interesse per la Chiromanzia. 
Il Marzio non considera affatto medici coloro che ignorano le due arti! Egli accetta e riprende il legame tra umori, qualità e pianeti sulla salute dell’uomo, per cui l’interazione del macrocosmo con l’uomo (microcosmo) lascia tracce visibili sulle linee della mano.




Il Conte Vlad, Dracula
Grazie all’interesse di Re Mattia per la filosofia di Ficino, Budapest nel ‘400 diventa una sorta di succursale della scuola platonica fiorentina. 
Il re simpatizza però anche con alcune forme di religiosità ereticale, ed accoglie nelle scuole del regno maestri dominicani. 
Re umanista in toto dunque, che accetta e favorisce scambio di idee culturali e religiose,ma anche fortemente impegnato a difendere le frontiere orientali del cristianesimo contro il pericolo turco, come il padre Giovanni, il quale utilizzò a questo scopo, supportato dal placet del Pontefice Pio II, personaggi di dubbia moralità, veri e propri guerrieri sanguinari, tra cui il conte Vlad III di Valacchia, passato alla leggenda come Dracul.
Questo personaggio storico, attestato dai documenti, diverrà poi incubo leggendario, mago ed alchimista, esaltato difensore del suo piccolo regno, combattente contro i crudeli turchi, la cui crudeltà egli volle emulare fino a raggiungere la fama di impalatore. 
Dracul sarà quindi messo da parte, e persino imprigionato proprio da Mattia nel 1463. 
Precedentemente a questa data egli frequentò la corte quale strano umanista, che legge i Platonici e Ficino, discute di filosofia con altri ospiti di riguardo, provenienti da altre nazioni, tutti convenuti a quell’ultimo lembo orientale di accademia umanistica. 
Si può rilevare che Galeotto frequenta la corte di Mattia dal 1461 al 1486, e quindi egli stesso potrebbe aver sperimentato almeno due anni di compresenza a corte con uno strano individuo...




Re molto intraprendente, si è detto, perspicace nell’utilizzare arte e religione per i suoi scopi politici, alleandosi a Roma ed opponendovisi, paventando addirittura di divenire il nuovo Attila se le circostanze l’avessero richiesto.
Mattia da sempre da la precedenza alla ragion di stato, e così facendo spesso si oppone alla cultura ufficiale, sebbene la filosofia neoplatonica fosse considerata quella dell’élite dirigente, della corte.

L'eresia nel "De Incognitis Vulgo
Galeotto è in questo senso l’umanista italiano che ha i rapporti più duraturi col Re (al 1461 al 1486), introddotovi da Giano Pannonio, conserva l’amicizia del monarca anche dopo il tradimento di Giano, Egli scrive proprio a Buda il suo De homine, dedicandolo al re. 
E’ buon conversatore, vero cortigiano, alcuni lo considerano una sorta di colto buffone.
Quando Galeotto viene accusato dall’Inquisizione di eresia per il suo "De Incognitis Vulgo", gli unici due personaggi a prenderne pubblicamente le difese saranno proprio Mattia Corvino e Lorenzo de Medici.
Tra i 12 errori imputati al Galeotto, presenti nel libro, ve ne sono di questo tipo:
- i miracoli dei romani sono ugualmente veri come quelli cristiani;
- qualsiasi sia la fede da cui si attinge a Dio, l’uomo si salva l’anima;
- chi adora gli idoli, se vive rettamente, si salva comunque l’anima;
- i pagani, i turchi, gli ebrei, anche se non credono nel Vangelo, si salvano l’anima in base alla loro fede;
- il battesimo non è necessario, ecc...

L'immagine di Galeotto
Alcune medaglie ungheresi pervenuteci lo ritraggono nella usuale forma tondeggiante, testimonianze circa il suo aspetto fisico ci pervengono anche dai contemporanei che lo conobbero, messo alla berlina in piazza S.Marco a Venezia, consegnato all’Inquisizione prima che ritrattasse il suo testo tacciato di eresia.
In questa occasione la plebe riunita lì per godersi lo spettacolo gridava: “Che bel porco grasso!”, a che il nostro rispose: “meglio un porco grasso che una capra mingherlina!”.
Questa testimonianza concorda completamente con le usuali effigi in cui è raffigurato con pancia e doppio mento, nonché una folta capigliatura con riccioli; di particolare importanza sembra essere stato anche l’affresco celebrativo all’interno della sala consiliare del Comune, oggi poco più che un’ombra sul muro, dietro la cui figura si intravedeva (almeno fino all’800) la città di Narni, come appariva attorno al XV° secolo.
Una ultima immagine appare anche in un codice miniato ungherese, dove è descritta la consacrazione del Vescovo Giovanni Vitez (circa 1489), in cui Galeotto appare alle spalle del Vescovo, confuso tra la folla, comunque ben preciso nelle fattezze.

Il periodo montagnanese
Montagnana, in provincia di Padova, è il luogo che ospitò Galeotto, almeno dal 1456 al 1473, epoca di cui sono conservati alcuni contratti stipulati da lui, alcuni conclusi dalla moglie mentre lui era docente a Bologna
Non è un caso che la scelta sia caduta su Montagnana, in quanto qui si stabilì una colonia di Narnesi a seguito del Gattamelata, il quale ebbe qui dimora a spese della Repubblica di Venezia, tanto è vero che la vedova stessa del Gattamelata restò qui, dopo di che sono riscontrabili diversi cognomi “Gatteschi” nella città, in contratti e stipule legali.
Qualcuno pensa addirittura che la città sia poi divenuta una sorta di meta di pellegrinaggio dei Narnesi, sulla scorta della memoria Erasmiana, per cui - nel momento in cui insegna a Padova - anche Galeotto si sente, per così dire, attratto esotericamente dal luogo del suo illustre concittadino.



All’interno del Duomo di Montagnana, si può ancora ammirare l’affresco in una cappella laterale, attribuito proprio al GALEOTTO: esso raffigura strani disegni alchemici, tra cui un serpente, una stella a cinque punte ed altri animali fantastici, un altro testimone della sua passione per la scienza e l'esoterismo, che non lo ha mai abbandonato. 

Commenti

Germano Raiola ha detto…
prof, sempre illuminante leggerti. a big fat hug
fabio r. ha detto…
grazie grande capo. un abbraccio accalorato anche a te,
Germano Raiola ha detto…
Auguri di cuore. Ti abbraccio

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