Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

domenica 8 gennaio 2012

New York state of Mind

Un amico mi ha proposto di collaborare con un piccolo testo ed una scelta di citazioni ad un libretto fotografico su New York, una sorta di catalogo fotografico, che - una volta pubblicato - abbiamo utilizzato come cadeau natalizio. Sue le bellissime foto, mia l'introduzione, a cui ho voluto aggiungere forse il monologo più celebre di Woody Allen sulla sua città, e questo è il risultato finale:

Capitolo primo. "Adorava New York. La idolatrava smisuratamente..." No, è meglio "la mitizzava smisuratamente", ecco. "Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin..." No, fammi cominciare da capo... capitolo primo. "Era troppo romantico riguardo a Manhattan, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava vigore nel febbrile andirivieni della folla e del traffico. Per lui New York significava belle donne, tipi in gamba che apparivano rotti a qualsiasi navigazione..." Eh no, stantio, roba stantia, di gusto... insomma, dai, impegnati un po' di più... da capo. Capitolo primo. "Adorava New York. Per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea: la stessa carenza di integrità individuale che porta tanta gente a cercare facili strade stava rapidamente trasformando la città dei suoi sogni in una..." Non sarà troppo predicatorio? Insomma, guardiamoci in faccia: io questo libro lo devo vendere. Capitolo primo. "Adorava New York, anche se per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. Com'era difficile esistere, in una società desensibilizzata dalla droga, dalla musica a tutto volume, televisione, crimine, immondizia..." Troppo arrabbiato. Non devo essere arrabbiato. Capitolo primo. "Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre..." No, aspetta, ci sono: "New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata..." (Manhattan – Woody Allen)

New York State of Mind


New York rappresenta al meglio – più di altre città al mondo – l’impossibilità, ovvero il fallimento della sintesi: la grande mela (ma la miglior metafora, secondo Ralph Waldo Emerson, è quella di “un’arancia succhiata”), la capitale del mondo moderno, la città dai mille volti, sembra seguire lo spirito polemico del suo massimo cantore, quel Walt Whitman, che parlando di se stesso affermava: “Mi contraddico? Bene, mi contraddico, sono grande io, contengo moltitudini” (I contain moltitudes), e così è New York: incongruente per natura, enorme, capace di contenere moltitudini, idee, razze, lingue, persone…

New York si rivela solo in piccole parti, dietro i tanti quartieri, i boroughs, lungo le strade, nei grattacieli così come nelle villette in stile Vittoriano, lungo i ponti, che collegano l’isola di Manhattan alle altre zone, e che demarcano la divisione “culturale” tra Uptown e Downtown. L’intera città sembra frantumata in mille paesaggi, ed il viaggiatore non può restare indenne dalla visione delle tante facce di questa urbanizzazione “costretta” a convivere tra mare e fiume, a verticalizzare quella bramosia di conquista della terra, che nel resto degli Stati Uniti ha invece concorso alla nascita della prima mitologia americana: quella del Far West.

Le Corbusier cerca di coglierne l’essenza architettonica, di “riassumerne” la natura urbana, ma anche lui – come Whitman – si trova di fronte alla moltitudine, alla sensazione di un caos ordinato: “Ho pensato per cento volte che New York fosse una catastrofe, e poi per cinquanta volte: una catastrofe bellissima” .La città immaginata, quella che forma il nostro “onirico collettivo” Newyorkese, si compone delle tante istantanee che ci hanno affascinato nel tempo: le prime descrizioni della metropoli del nuovo mondo le dobbiamo alla letteratura del cosiddetto “American Renaissance” , con autori come Washington Irving, Edgar Allan Poe ed il già citato Walt Whitman.

Sin dagli anni ’50 del 19° secolo New York assurge a metafora della modernità, con i suoi enormi (almeno per gli standard europei) palazzi che svettano al centro di un’isola da cui non si vede il mare, ma che si percepisce instabile, incompleta, forse perchè sorge sulla memoria indiana (Manhatta) e ne eredita il senso di precarietà, il bisogno di spazio.La primordiale Nieuw Amsterdam fondata dagli olandesi, che la cinsero di mura e palizzate come si addice ad un forte eretto nel deserto, nel territorio ostile dei nativi Lenape, oggi è ancora presente (in modo spesso inconsapevole) nella toponomastica , ed esattamente sulla striscia di terra che costeggia la “city”: Wall Street appunto, che richiama alla memoria quel muro, il limes della civiltà americana, a testimonianza del fatto che lì dove un tempo si combatteva per lo spazio vitale, oggi lo si fa per il capitale…Ma lo spazio di New York comincia ad esaurirsi presto, e già all’inizio del’900 la verticalità diventa la koinè della nuova città, il suo linguaggio urbano condiviso, prima per necessità, poi per scelta.

L’immaginario di New York subisce una accelerazione grazie all’industria del cinema: è paradossalmente Hollywood, dall’altra parte dell’oceano, che la elegge a scenografia ideale delle storie americane, fino a farne la metafora stessa dell’America, quasi che oltre il fiume Hudson non ci fosse più nulla di interessante da vedere, almeno per noi Europei.La città è il set preferito dei grandi film tra le due guerre, i suoi paesaggi urbani (con gli immancabili grattacieli, tra cui l’Empire State Building, il ponte di Brooklyn e l’inatteso, immenso verde di Central Park) entrano a far parte di una nostra geografia idealizzata: La 5th Avenue, il negozio di Tiffany, il Moma i quartieri etnici di Little Italy e Chinatown, per non parlare di Ellis Island con la sua Statua della Libertà, non sono più semplici nomi su una mappa cittadina, sono veri e propri stati mentali, luoghi di un inconscio e di un immaginario che si fa sempre più comune.

Ecco che allora ci stupiamo – al momento dell’impatto reale con la Grande Mela – nel ritrovare questi luoghi reali intatti, così come li abbiamo raffigurati nella nostra memoria culturale prima ancora di averli conosciuti, ed il visitatore tipo di New York è più propenso a confrontarsi col suo onirico, cercando raffronti con la sua geografia immaginata, che non a lasciarsi sorprendere dalla città. Il cinema, il teatro (Broadway) e poi la musica, forse il più potente strumento dell’immaginario collettivo, cercano di ricomporre nella nostra mente quel puzzle urbano disorganico, assemblando i frammenti delle varie facce di New York in un quadro unitario, al cui centro poniamo le cartoline cittadine che hanno ormai plasmato la nostra visione della città moderna. Tutti, prima o poi, abbiamo sognato di godere della vista del Brooklyn Bridge al tramonto, seduti su una panchina lungo il fiume, come in Manhattan di Woody Allen..


I suoni della città ci accompagnano idealmente lungo le nostre passeggiate nella città reale, che immancabilmente si sovrappone a quella ideale, nella nostra testa: ecco quindi Sinatra, il sognatore notturno che ci porta verso Broadway, e Billy Joel che ci accompagna lungo l’Hudson, mentre scorgiamo i passeggeri nella metropolitana che leggono il New York Times.Ultimamente questa mappa ideale ha perso una pagina, un capitolo importante della sua storia “mitologica” è stato strappato per sempre, l’11 Settembre ci ha improvvisamente privati di un centro, un luogo - non luogo che da sempre contraddistingueva lo skyline cittadino. Eppure persino quello strappo ha trovato i sui cantori: ma mentre il newyorkese Don De Lillo riesce ad elaborarne il lutto quasi 10 anni dopo la tragedia delle torri, la musica anticipa il tempo, ed il provinciale Bruce Springsteen, dal Jersey, trovò quasi subito le parole giuste per descrivere quell’affronto, dedicando “my city in ruins” alla Fenice che stava riemergendo dalle macerie e dalla polvere delle torri.

New York ha dato prova di poter lenire velocemente le proprie ferite, e così con il battesimo immediato di un non luogo, Ground Zero appunto, ha deciso di “musealizzare” il dolore e le macerie, introducendo quel simbolo di un lutto non ancora elaborato nella toponomastica e nei percorsi cittadini, e quindi riscrivendo di giorno in giorno la propria geografia. Oggi si rivalutano quei vecchi edifici che all’ombra delle torri gemelle sembravano dimenticati: l’Empire State Building sembra tornato ai suoi antichi sfarzi, cantato persino dai rapper come Jay Z, innalzato a “state o mind”, coscienza popolare di una città che non molla, simbolo di rinascita di una nuova New York che abbandona gli stereotipi tradizionali, allontanandosi dall’asse Manhattan – Broadway, e riappropriandosi di altre vie, altre piazze dei percorsi antichi.

New York torna a vivere nei più diversi luoghi: oggi ci muoviamo con gli occhi avidi di colori, e sensazioni dal Village a Tribeca dal Battery Park al Bronx, riscoprendo il fascino romantico dei ponti all’interno di Central Park, ma sempre con un occhio alle nuove meraviglie urbane, dove anche un negozio (come l’Apple Store) può entrare di diritto nei percorsi turistici, al pari di Times Square o la 5th Avenue.

Un’immagine univoca, coerente di New York resta ancora un miraggio, la sintesi rimane impossibile, eppure, riguardando le nostre foto, ci rendiamo conto che il passaggio dall’immaginario all’immagine della città è un passo avanti verso la ricomposizione di quel puzzle ideale, fatto di strade, colori, suoni ed odori che sono parte integrante della big apple.

7 commenti:

Lara Ferri ha detto...

L'inizio è favoloso. Ma tutto quanto leggo mi piace immensamente.
E' un grande ritratto di una città che ormai appartiene all'immaginario collettivo, proprio per gli elementi da te menzionati.
Belle le foto.
Ma il libro è in vendita? Mi piacerebbe molto poterlo acquistare.
Ciao Fabio, complimenti di cuore!
Lara

digito ergo sum ha detto...

fai quasi venire voglia di ritornarci. eppure trovo ridicole le città "uessei", come trovo a tratti financo detestabile la mentalità "god bless de iunaited steits of america".

un abbraccio

Marlene ha detto...

"Ecco che allora ci stupiamo – al momento dell’impatto reale con la Grande Mela – nel ritrovare questi luoghi reali intatti, così come li abbiamo raffigurati nella nostra memoria culturale prima ancora di averli conosciuti, ed il visitatore tipo di New York è più propenso a confrontarsi col suo onirico, cercando raffronti con la sua geografia immaginata, che non a lasciarsi sorprendere dalla città."
spero proprio di stupirmi quando sbarcherò per la prima volta in questa immensa città...poi ti racconto!

Baol ha detto...

Io non sono un viaggiatore...ma almeno ci sei tu che mi fai viaggiare :)))

comunque, anche Rutigliano, il mio paesello, è uno State of Mind...la demenza senile

:D

Maraptica ha detto...

Davvero troppo, è l'unica parola che mi viene in mente, TROPPO. Per cui, almeno una volta nella vita, da vedere.

rom ha detto...

Bellissimo post, Fabio! Grazie.

Marlene ha detto...

"è paradossalmente Hollywood, dall’altra parte dell’oceano" ... per me che di film ne ho visti tantissimi questa frase adesso ha un senso...e soprattutto sa di vissuto.