Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

giovedì 31 gennaio 2008

Miseria senza nobiltà

Alla notizia della nascita di un nuovo micropartito a carattere pseudo familiare, il mio senso di schifo per questa politica è accresciuto a dismisura, istantaneamente!


Mi è subito venuta in mente la definizione che Heinrich Heine coniò per la sua Germania frammentata in centinaia di staterelli, princpiati, ducati ecc.. che ai suoi tempi caratterizzavano la situazione politica post Napoleonica: "Deutsche Misere", miseria tedesca...


In campo culturale italico la metafora che meglio si addice a questo delirio forse è quella dei famosi polli di Renzo.


Poi - se questo senso di nausea non bastasse - il secondo sussulto per il nome che i 2 protomartiri ex UDC DC PP ecc hanno scelto per la creatura (Euforione?): La Rosa Bianca, La Rosa bianca??? Ma non si vergognano nemmeno un po' di accostare un'operazione di bassa lega elettorale come questa ai fratelli Scholl ed alla resistenza antinazista in Germania??



Mi viene da piangere se solo penso alla sfacciataggine di alcuni loschi figuri dell'emiciclo politico di questo misero paese. Come siamo ridotti!

"L'inferno è l'impossibilità della ragione" (Platoon). Qui siamo come minimo al quarto girone...






Monumento all'Università di Monaco dedicato al gruppo della Rosa Bianca

mercoledì 30 gennaio 2008

The no-asshole rule: il metodo antistronzi


In questi giorni "de foco" (come dicono a Bolzano) passo da un consiglio di classe ad uno di facoltà con una facilità disarmante. I miei poveri occhi miopi iniziano a subirne le conseguenze, ed il mio spirito si fiaccca vieppiù (bella questa eh?) di scrutinio in scrutinio...

Questa è la fase dell'insegnamento che più ci rende simili alle macchinette del caffè: qualcuno mette i soldi (i voti), spinge il pulsante (il registro) ed ecco che esce il caffè (il giudizio). Ma invece di un forte arabica esce - come sempre - una brodaglia marroncina. Alla faccia della Montessori e di Barbiana!!

L'elemento di disturbo ulteriore in questi casi è rappresentato dalla presenza costante (in un gruppo variegato di consimili con pari facoltà mentali ) dell'eccezione costituita dallo Stronzo (Asshole in lingua shakespeariana). Esso si cela sotto mentite spoglie, ma è subito individuabile: da piccoli tic, atteggiamenti, persino dai silenzi allarmanti prima dell'emissione del suo giudizio, teso di norma ad affossare ogni velleità comunicativa e/o residua speranza di salvare giovani menti dall'onta di un 3 (o una bocciatura all'università).

Finalmente però mi sono preparato: ho approfittato del 2° emendamento USA (diritto di portare armi) e mi sono procurato una copia dell'imperdibile libro di Bob Sutton: Il metodo antistronzi. Della serie conosci il tuo nemico!!


Eccone una breve sinossi (tratta da IBS) con il vivo consiglio di acquistarne (o farsene prestare) una copia, un invito che estendo a chiunque - in un modo o nell'altro - subisca pressioni da personaggi simili nella vita (tutti noi?):


Questo libro è dedicato a chi sul posto di lavoro subisce abusi di ogni tipo da parte di superiori e colleghi e a tutti coloro i quali hanno il potere e il dovere (oltre che l'interesse) di cambiare le cose. In questo volume, di grande leggibilità e al contempo condotto con estrema serietà nei contenuti e ricchezza di esempi, Robert I. Sutton affronta il problema del mobbing da un punto di vista originale: le conseguenze economiche che esso provoca alle aziende. Gli "stronzi" - un termine che non consente eufemismi, come sostiene l'autore - provocano danni enormi non solo alle loro vittime ma anche alla performance aziendale nel suo complesso, a tutti quelli che ne subiscono di riflesso gli effetti e, non ultimo a se stessi. (...) Sutton non si limita però alla sola analisi della situazione ma fornisce, in termini chiari e inequivocabili, suggerimenti pratici sia ai dipendenti che ai manager per creare un luogo di lavoro vivibile e veramente produttivo. Ricco di umorismo e di un sano buon senso, il volume vuole essere rigoroso dal punto di vista tecnico/pratico/scientifico pur non essendo un freddo manuale di management.
P.S. il link di Bob Sutton è incluso qui sotto tra i miei favoriti

lunedì 28 gennaio 2008

No tomorrow?

That's the way many Italian politicians feel on a day like this.....

domenica 27 gennaio 2008

Oscar's gallery

Pagina work in progress

Bacheca dei premi (immeritatamente) ricevuti nel tempo:



Grazie a Follerumba




Grazie a Neverland



Grazie a Silvia



You make my day award

Grazie a Gandalf.




Premio D eci e Lode

Grazie a Gianluca e Maria Rita



Excellent

Grazie a Suysan e Margy



Foca L pride

Grazie a MariCri




I love you this much

Grazie a Maria Rita



Sviluppo della Mente

Grazie ad Elisa



Brillante Weblog

Grazie ad Humpty Dumpty e Margy








Blog Vitaminico









Grazie a Margy e Irene





sabato 26 gennaio 2008

Ashes to ashes


IL 27 Gennaio è il giorno della memoria. In questi giorni ho parlato spesso della Shoah ai miei alunni, in diverse scuole, da un lato per sensibilizzarli al tema della memoria, dall'altro perchè - da germanista - soffro anch'io un po' del "senso di colpa" collettivo che provano ancora oggi molti amici tedeschi, sebbene la mia storia personale, la mia cultura e le mie origini siano lontane 1000 miglia da questa tragedia...

La becera equazione: lingua tedesca=nazismo è qualcosa che oltre ad offendermi profondamente, mi colpisce come un pugno, e che mi spinge (sempre di più) a parlare con i miei alunni della cultura e dell'arte tedesca antifascista, di autori e compositori morti nei Lager, di chi - anche in quelle ore - ebbe il coraggio (spesso pagato con la vita) di dire NO.



Ho scoperto - tardi lo ammetto - una bellissima poesia di Stephan Hermlin, scrittore della ex DDR, morto nel 1997, autore "politico" e grande lirico del nostro '900.

Il titolo originale è "Die Asche von Birkenau", dove Birkenau (che paradossalmente in tedesco significa più o meno "prato delle betulle"!) è l'altro nome di Auschwitz, il luogo-simbolo della shoah, legato alla poesia per contrasto se non altro, visto che Theodor W. Adorno disse che dopo Auschwitz non avrebbe potuto esserci più poesia...



Ho tradotto il testo (forse per la prima volta in italiano...boh?) e voglio farlo conoscere anche a voi lettori di queste paginette "mes semblables, mes frères...".



La cenere di Birkenau

Leggero come un vento tardivo, come l’aria fresca,
come la scia delle rondini, prima della pioggia,
come nuvole dopo un’ afa umida,
come il polline dei soffioni,
leggero come la neve che si posa sulle palpebre dei morti,
come un’antica filastrocca,
come il peso di una farfalla sulla rossa
bocca del garofano, leggera come
il pasto, che mangiano i malati,
quando stanno per morire,
così leggero è l’oblio
come l’aria fresca, ed il vento tardivo….

Lì dove il giorno si intreccia con la notte,
la ruggine si mangia il binario.
È la cenere dei giusti, senza giustizia
Issata sull’albero dei venti.
Birkenau, prato di betulle senza betulle
[1]
Di sera resta solo
E i cardi sembrano
Segni sopra la pietra.
Quando sui campi polacchi
Il cardo mattutino impallidì
Disse la terra sotto i miei piedi
Ricordati…

Pesante come il ferro sui monti
Come il silenzio prima della decisione,
come l’albero che cade nel campo nebbioso,
come sulle nostre labbra la fuliggine
di quelli che hanno bruciato,
pesante come l’ultimo addio,
che ci si scambiava nel gas,
erano pieni di vita,
amavano il tramonto, l’amore,
il verso del tordo, erano giovani;
pesante come le nuvole prima del temporale
è il ricordo.

Ma quelli che ricordano
Ci sono, sono tanti, sempre di più,
nessun assassino sfuggirà,
nessuna nebbia calerà su di lui,
lì dove attacca l’uomo,
sarà arrestato.
Germogli di un sole di ferro,
vola la cenere sopra il mondo
tutti, vecchi e giovani
colpirà la cenere
pesante come i ricordi,
e leggera come l’oblio.

Quelli che dicono Pace
Milioni di volte,
Cacceranno via i signori,
Daranno scacco alla morte,
Quelli che credono nella speranza,
vedranno le betulle verdi,
quando le ombre delle colombe
fuggiranno oltre la cenere;
canto di morte, smorzato,
che d’improvviso somiglia alla vita:
pesante come i ricordi,
come l’oblio leggero.

Auschwitz-Birkenau, Estate 1949

[1] Birkenau: letteralmente “Prato delle betulle”

venerdì 25 gennaio 2008

Betrachtungen eines Unpolitischen - Considerazioni di un impolitico

Zeitungslesen beim Teekochen

Frühmorgens lese ich in der Zeitung von epochalen Plänen,
Des Papstes und der Könige, der Bankiers und der Ölbarone.
Mit dem anderen Auge bewach ich
Den Topf mit dem Teewasser
Wie es sich trübt und zu brodeln beginnt und sich wieder klärt
Und den Topf überflutend das Feuer erstickt.



Leggendo il giornale preparandosi il tè

Di prima mattina leggo sul giornale dei progetti sensazionali
dei papi e dei re, dei banchieri e dei baroni del petrolio.
Con la coda dell’occhio sorveglio
il bricco con l’acqua del tè,
come s’intorbida e comincia a bollire ed è chiara di nuovo
e traboccando dal bricco soffoca il fuoco.


Non so bene perchè, ma dopo il teatro di ieri sera mi è tornata in mente questa piccola lirica di Brecht....
(ich weiss nicht genau warum, aber seit gestern faellt mir dieses kleine Gedicht Brechts immer wieder ein...)



mercoledì 23 gennaio 2008

Damn' Meme!!!

Ebbene sì, la catena di s.antonio ha colpito anche un novellino del blog come me! Il meme del mese mi ha contgiato, ed allora dovrò fare anch'io l'untore... sorry.
ecco le regole:


Ecco le caratteristiche del mio mese Settembre (io poi raddoppio, anzi triplico essendo nato il 9 del 9 alle 9 di mattina..):


1. Disponibile ed accomodante: dipende...
2. Diligente, prudente e ben organizzato: eccome, sfioro la psicosi!
3. Ama sottolineare gli errori degli altri e fare critiche: aihmè, vero!
4. Ostinato: abbastanza ma non troppo.
5. Spesso è silenzioso ma sa parlare bene:damn true!
6. Calmo ed equilibrato: sì lo ammetto (noiosetto eh?).
7. Cortese e comprensivo: cortese spero sempre, comprensivo spesso (d'altronde da insegnante..)
8. Interessato ed attento ai dettagli: sì, quasi maniacale
9. Leale ma non sempre onesto: vero pure questo
10. Esegue bene i lavori assegnati: speriamo di sì
11. Fiducioso: mica tanto...
12. Sensibile: yes
13. Buona memoria: Pico della Mirandola era un dilettante
14. Intelligente e ben informato: non commento, lascio agli altri
15. Ama essere informato: eccome! CNN 24/7
16. Si deve controllare quando critica: beh...già, mi sa disì...
17. Capace di motivare: boh?
18. Comprensivo: enough
19. Divertente quando lo si frequenta: vedi 14
20. Riservato: ri-yes
21. Ama divertirsi e viaggiare: sì soprattutto per i viaggi
22.Difficilmente palesa le proprie emozioni: già, purtroppo...
23.Tende a nascondere i propri sentimenti: come sopra
24.Selettivo, specialmente nei rapporti con gli altri: un pochino
25.Sistematico: vedi 8


Ok, allora visto che non ho così tanti conoscenti blogger che non abbiano già fatto questa gogna (ho controllato..) posso passare il compito solo a 4 persone:


Maurizio, Maria (però vale doppio:è in Argentina!), Maria Rita, e 60Gandalf


Sperando che non mi odino...



martedì 22 gennaio 2008

Ce n'est qu'un debut...

In questi giorni grigi (non solo per motivi metereologici...) qualcuno ha iniziato - un po' in anticipo in realtà, rispetto allo storico Maggio - le celebrazioni del '68.

Per motivi anagrafici sono lontano dall'anno che "sconvolse" il mondo, ricordo più da vicino (purtroppo?) la brutta copia del decennio successivo, il '77, ma il ricordo è ancora una volta un po' sfocato, vissuto di riflesso, nutrito dalle parole dei grandi.






La mia generazione (Generation X secondo la felice definizione di Douglas Coupland) non ha avuto la possibilità di partecipare alle grandi lotte. Gli anni di piombo ci hanno sorpreso dal tubo catodico, mentre ci godevamo Woobinda, lo shock emozionale della morte di Berlinguer e di Moro si è sciolto nelle nebbie di Vega attaccata da Goldrake....


Il '68 passa quindi nella memoria filmica e nella letteratura, nelle canzoni, nella musica che poi - da grandicelli - abbiamo riascoltato con un senso di "Sehnsucht" una strana nostalgia per qualcosa che non abbiamo vissuto direttamente, ma forse solo subito..


In questi giorni di parole e celebrazioni, di caos politico e di riflusso antipolitico, mi sovvengono Proustianamente 2 voci, distanti eppure efficaci e molto presenti nel mio onirico personale: Guccini (anche se ultimamente sembra anche lui essersi allontanato dal significato dato alle parole della sua canzone) e Pasolini.


Eskimo
Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così,
l' estate finiva più "nature" vent' anni fa o giù di lì...
Con l' incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca "l'Unità",
la paghi tutta, e a prezzi d' inflazione, quella che chiaman la maturità (...)
Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perchè mi amavi non l' ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perchè fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me (...)
Infatti i fiori della prima volta non c' erano già più nel sessantotto,
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto,
tu li aspettavi ancora, ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però
contro il sistema anch' io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos...






"Pagine corsare" Il Pci ai giovani!!, di Pier Paolo Pasolini
(...) siete in ritardo, figli. E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati... Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici. Avete facce di figli di papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici.


Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità. La madre incallita come un facchino, o tenera, per qualche malattia, come un uccellino; i tanti fratelli, la casupola tra gli orti con la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati); i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, ecc. ecc....







lunedì 21 gennaio 2008

Frammento poetico

Nell'intenzione di queste pagine c'è - già nel titolo - il richiamo ad un'opera letteraria che proprio sui frammenti e sulle libere citazioni trova fondamento. Seguendo le orme dell'amico Bertold Brecht, anche Walter Benjamin infatti decise che la modernità dovesse nutrirsi di citazioni, di edizioni e note, giocando a decontestualizzararle e poi ri-contestaulizzarle come in un patchwork.

Voglio seguire questa linea, e quindi alternando testi inediti e citazioni, oggi voglio chiudere la mia giornata con un testo edito, addirittura celeberrimo. Una poesia di quello che forse è stato il più grande poeta del 900 di lingua tedesca: Rainer Maria Rilke. Il testo è dedicato ad una pantera, ed io qui lo voglio dedicare ad ogni animale che soffre per la propria cattività, non cercata, mai accettata. A tutti gli amici (anche trai blogger ce ne sono molti, e ne sono felice) che amano gli animali. Questa è per tutti noi:



Der Panther
Im Jardin des Plantes, Paris

Sein Blick ist vom Vorübergehn der Stäbe
so müd geworden, daß er nichts mehr hält.
Ihm ist, als ob es tausend Stäbe gäbe
und hinter tausend Stäben keine Welt.
Der weiche Gang geschmeidig starker Schritte,
der sich im allerkleinsten Kreise dreht,
ist wie ein Tanz von Kraft um eine Mitte,
in der betäubt ein großer Wille steht.
Nur manchmal schiebt der Vorhang der Pupille
sich lautlos auf -. Dann geht ein Bild hinein,
geht durch der Glieder angespannte Stille -
und hört im Herzen auf zu sein.


Rainer Maria Rilke, September 1903




LA PANTERA

Jardin des plantes, Paris

Il suo sguardo s’è fatto così stanco
al passar tra le sbarre, e più non fissa.
Le sembra che le sbarre siano mille
e dietro mille sbarre nessun mondo.
La morbida andatura di quei passi
forti e flessuosi, che in piccoli cerchi
si volge, come danza d’una forza
intorno a un centro,
in cui stordito s’erge un gran volere.
Solo a volte sale
in silenzio della pupilla il velo.-
E un’immagine v’entra, ed attraverso
le membra in tacita tensione passa-
e si spegne nel cuore.

domenica 20 gennaio 2008

Im Nebelkleid - un vestito di nebbia



(...) Schon stand im Nebelkleid die Eiche,
Ein aufgetürmter Riese, da,
Wo Finsternis aus dem Gesträuche
Mit hundert schwarzen Augen sah. (...)


(Goethe, aus: Willkommen und Abschied)




Heute hat es in meiner Stadt genebelt.
Der Nebel war so dick, dass Häuser und Gebäuden kaum zu spüren waren…
Ich hasse den Nebel, aber nur wenn ich das Auto fahre: ich bin nämlich kurzsichtig, und das macht mein Leben am Steuer zweifellos schwerer…. Ansonsten fühle ich mich gut im Nebel: beim Spazierengehen. Sorglos, langsam, die ganze Stadt bewegt sich wie im Vakuum. Alltägliche Bilder scheinen mir unheimlich, und sogar die Stimmen klingen leiser.




(oggi c'era nebbia nella mia città. La nebbia era così spessa che a malapena si scorgevano case e palazzi. Odio la nebbia, ma solo se sono in auto. In effetti da miope questa situazione mi rende la vita al volante molto più complicata.... Altrimenti mi sento a mio agio nella nebbia: passeggiando senza pensieri, con lentezza, tutta la città sembra muoversi come "sotto vuoto". Le immagini quotidiane mi appaiono perturbanti, e persino le voci sembrano più basse)

sabato 19 gennaio 2008

Missing voices


Riflessione: In quest'ultima settimana il nostro povero, misero, stivale sembra aver subito una scossa tellurica dopo l'altra. Nel solco di una lunga tradizione sismica però, l'Italietta pare scrollarsi di dosso le macerie post-sismiche con una semplice alzata di spalle. Questo paese sembra sempre sull'orlo dell'Armaggedon, poi però tutto rientra nei ranghi, nulla occupa più di due / tre giorni sulle pagine dei giornali: una disgrazia via l'altra, l'ultimo scandaletto (Cuffaro? Berlusca? Mastella?) spodesta il precedente nella nostra dis-attenzione quotidiana.


I giornali cambiano rapidamente mano e titoli, gli approfondimenti si fanno vieppiù superficiali, in un cortocircuito semantico degno della Yahooland, del buon Gulliver...

Perchè la nostra "soglia di indignazione" è precipitata così in basso? Come è possibile che il pelo che ormai ricopre i nostri pasciuti stomaci non lasci traspirare nemmeno un sussulto di "vibrante protesta"? Dove sono i "maitres à penser" ? Perchè le voci che ci rimbombano nelle orecchie sono sempre le stesse?


Allora in un sussulto (questo sì, il mio!) di Grillesco livore mi sono trovato a pensare a tutte quelle voci della nostra cultura che oggi mi mancano, quelli che avrei voluto sentire, coloro le cui parole avrei letto volentieri in questo deserto di ovvietà televisive.

Ammetto che molti intellettuali che stimo (tra cui Uberto Eco) sembrano essersi rifugiati ormai da tempo in una sorta di "buen retiro" culturale, rinunciando alla vis polemica, e forse fanno bene così.

Qui però penso ad altre voci, più distanti, quelle che - grazie alla (o a causa della) mia non più primaverile età - ho avuto la fortuna di sentire direttamente. Di altri ho letto opere e parole, e tutti hanno involontariamente contribuito a formare la mia multiforme, incerta cultura...

Ecco quindi un breve elenco, assolutamente incompleto, dei primi nomi che mi sovvengono, e che vorrei ascoltare in questi frangenti confusi:

Pier Paolo Pasolini

Fabrizio De Andrè

Cesare Pavese

Italo Calvino

Alberto Moravia

Elsa Morante

ecc....


venerdì 18 gennaio 2008

Il Re è morto

Ho appena appreso che Bobby Fischer è morto. Per i pochi (o forse sono tanti? il tempo spesso ci allontana dalla storia contemporanea più di quanto ci allontani dal Medioevo...) che non lo sapessero Fischer è stato una sorta di antieroe della guerra fredda. L'unico americano a vincere contro il fenomeno russo Spassky nel 1972, diventando così campione del mondo.
Chiunque abbia giocato almeno una volta a scacchi, anche solo da absolute beginner - proprio come me - non può non rimanere affascinato da una figura così complessa, amante viscerale della scacchiera, tanto da inimicarsi un'intera nazione, la sua, solo per poter tornare a sfidare il suo passato, il suo Doppelgaenger, 20 anni dopo il trionfo, ma anche talmente testardo da rifiutare di difendere la corona contro un altro russo, Kasparov, per pura antipatia.



Attorno a lui ed alle sue fughe sono nate vere e proprie leggende: dopo la sua scomparsa dalla vita pubblica (un po' come è successo all'autore del capolavoro "Il giovane Holden", Salinger, fantasma tra i vivi..) si mormorò che nelle varie comunity di scacchisti del web qualcuno avesse giocato prorio contro di lui, in incognito, un giocatore tra giocatori, nascosto tra le onde del web, come un veterano del Vietnam si nasconde nella foresta, pronto ad attaccare i suoi fantasmi..



Re Lear ora non c'è più, Scacco Matto (che dal persiano significa - appunto - il re è morto), il mondo perde un genio, folle e problematico, ma pur sempre un genio.
Siamo tutti più poveri oggi.

giovedì 17 gennaio 2008

Un invito in piazza

Prendo spunto da un'idea dell'amica blogger Maria Cristina, che ha ottimamente dissertato su Venezia in un suo post recente, e così voglio parlare anch'io un po' del mio piccolo mondo medievale: Narni.


Tra i tanti aspetti architettonici, artistici, o culturali "tout court" su cui mi potrei soffermare, ho scelto però di parlare della mia Heimat in poche righe (chi ha voglia di approfondire potrà cercare tantissime informazioni in rete, as susual...), presentandovi un solo luogo, un luogo che però sintetizza al meglio la natura di questa città: la sua Piazza principale, Piazza dei Priori (o forse dovrei dire - secondo l'etimologia locale - piazza priora, nel solco della radice latina Platea Major), cuore e polmone del borgo medievale. Qui la sintesi del potere del libero comune medievale (tra i più antichi d'Italia) è ben rappresentata da due palazzi pubblici che si fronteggiano, quasi a sfidarsi nell'egemonia politica. Di qui il titolo di questo piccolo testo:
Narni: I Luoghi del Potere



La città medievale (che nel caso di Narni si sovrappone quasi simmetricamente a quella romana, riutilizzandone strutture e luoghi pubblici) organizza i propri spazi con un’ottica quasi geometrica: la piazza principale spesso ospita edifici religiosi e politici, contrapponendo così simbolicamente il potere laico della Comunitas a quello della Chiesa.

La maggior parte dei Comuni italiani presenta un’urbanizzazione che segue da vicino le assi romane corrispondenti al cardo e al decumano, per cui il centro civico si pone proprio alla convergenza delle due linee immaginarie (esemplare in questo senso è la Piazza del Popolo di Todi), ma Narni, in questo senso, rappresenta la tipica eccezione alla regola: la Platea Major medievale (sovrastante l’antico Foro Romano) non vede la presenza della Cattedrale, sorge invece extra moenia, secondo l’uso romano, rispettando quindi l’ubicazione della tomba del Santo Patrono. Essa accoglie invece i due Palazzi della politica cittadina, perfettamente contrapposti: il Palazzo dei Priori (attribuito al Gattapone) e quello del Podestà, o Comunale, le cui finestre sono invece attribuite al Sangallo.


La primogenitura del potere politico spetta comunque al Palazzo dei Priori, che nel corso del XIII° secolo prende il posto delle Chiese cittadine, veri e propi arenghi in cui si decideva la politica: il consiglio dei Priori (Domini sex electi) si riuniva infatti all’interno delle chiese di S.Salvato, S.Severino, S.Maria Impensole e nella Cattedrale.
A partire dal 1275 però abbiamo testimonianza scritta della riunione dei Priori al di sotto di una Loggia, un ambiente composto da due piani sovrastanti con sale ed affreschi, stemmi ( di cui in parte sono ancora visibili le tracce) ed iscrizioni.



Il Palazzo Comunale



L’importanza della Platea Major, e del Palazzo dei Priori per l’amministrazione della giustizia comunale è d’altronde testimoniata dalla presenza di alcune strutture ad esso affiancate: la loggia del banditore, la gogna e - soprattutto - la grande torre campanaria.
Quest’ultima segna la scansione del tempo laico cittadino (il tempo del mercante secondo la felice intuizione di Jacques Le Goff) di cui si fa ampia menzione negli Statuti del 1371, suddividendo con il suo pulsare il giorno dalla notte, tramite il terzo suono della campana durante il Vespero.
La Loggia del Banditore, o dell’Arengo, è invece il luogo deputato per avvisare la popolazione circa eventi speciali o decreti di ordine pubblico, luogo da cui uno dei tre banditori cittadini si affacciano a scadenza regolare per rammentare ai cittadini le leggi più importanti presenti negli statuti.




Il Palazzo dei Priori


Ed infine la Gogna, elemento appena visibile, quasi scolpito dai corpi umani nella roccia, luogo deputato alle punizioni pubbliche, in un Medioevo che non lesina l’ostentazione del disprezzo popolare verso alcuni elementi della società urbana, e che vuole fortemente un luogo ove poter esporre la parte marcia della città.

mercoledì 16 gennaio 2008

E l'articolo 21?

"Je désapprouve ce que vous dites, mais je me battrai jusqu'à la mort pour que vous ayez le droit de le dire". - Voltaire
(Posso non condividere la tua opinione, ma sono disposto a dare la mia vita affinché tu possa esprimerla).

.................

Amendment 1 - Freedom of Religion, Press, Expression: Congress shall make no law (...) abridging the freedom of speech, or of the press.- Dalla Costituzione USA.
(Il Congresso [...] non può limitare la libertà di parola, o di stampa).

...................

L'articolo 21 della Costituzione Italiana :"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione."




Tra queste affermazioni corrono più di 200 anni. L'illuminismo ha gettato le basi della Tolleranza, la costituzione degli Stati Uniti ne ha applicato, per la prima volta, i principi filosofici, cullando l'utopia di uno stato moderno, il cui baricentro fosse il rispetto delle libertà personali.

La nostra costituzione ne ha ribadito l'importanza, concedendo - dopo lunghe epoche di mancanza di libertà, epoche in cui si andava al confino per averle espresse liberamente - finalmente la libertà di parola a tutti.



Ora più che mai mi chiedo perchè alcune persone si arrogano ancora il diritto di porre un veto sulla libertà d'espressione? Perchè ci deve sempre essere qualcuno che decida sull'importanza delle opinioni altrui?



Tutti abbiamo l'onere e l'onore di esercitare il diritto del dubbio, tutte le opinioni sono tali (come le palle: ognuno ha le proprie, ma non per questo tendo a castrare chi ne ha di diverse..), personali, che ci piacciano o no!

E' facile accettare la libertà d'espressione di chi la pensa come noi. Il difficile è ascoltare le opinioni di chi disprezziamo, di quelli che sbatteremmo tranquillamente al muro se potessimo. Ma proprio qui sta il bello della nostra tolleranza.

Perchè qualcuno, seppure dalle idee che spesso condividiamo, ci fa passare dalla parte del torto? Pechè dobbiamo tacere di fonte alla prepotenza dei pochi?

L'uomo è stato dotato di occhi, orecchie gambe: nulla ha più effetto di un'aula vuota, di persone che non ascoltano, andandosene via, lasciando i profeti di fronte al loro deserto...



LASCIAMO PARLARE TUTTI!!!

martedì 15 gennaio 2008

Die Leiden des alten Faustus - i dolori del vecchio Faust

Ein kurzes Nachdenken über die Arbeit des Unterrichtens und deren alltäglichen Miseren von einem enttäuschten Lehrer…
(una breve riflessione sul lavoro dell'educazionee delle sue quotidiane miserie da parte di un insegnante disilluso …)



Habe nun, ach! Philosophie,
Juristerei und Medizin,
Und leider auch Theologie
Durchaus studiert, mit heißem Bemühn.
Da steh' ich nun, ich armer Tor,
Und bin so klug als wie zuvor!
Heiße Magister, heiße Doktor gar,
Und ziehe schon an die zehen Jahr'
Herauf, herab und quer und krumm
Meine Schüler an der Nase herum -
Und sehe, daß wir nichts wissen können!
Das will mir schier das Herz verbrennen.
Zwar bin ich gescheiter als alle die Laffen,
Doktoren, Magister, Schreiber und Pfaffen;
Mich plagen keine Skrupel noch Zweifel,
Fürchte mich weder vor Hölle noch Teufel -
Dafür ist mir auch alle Freud' entrissen,
Bilde mir nicht ein, was Rechts zu wissen,
Bilde mir nicht ein, ich könnte was lehren,
Die Menschen zu bessern und zu bekehren....

(Ahimè!, ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia.Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima!
Vengo chiamato Maestro, anzi dottore e già da dieci anni meno, per il naso, in su ed in giù, in qua ed in là, i miei scolari. E scopro che non possiamo sapere nulla. Ciò mi brucia quasi il cuore. Eppure ne so' più di tutti quegli sciocchi, dottori, maestri, scrivani e preti; non sono tormentato da scrupoli, nè dubbi, non temo l'inferno, nè il diavolo. Però mi è stat tolta ogni gioia; non mi illudo di saper qualcosa di buono, non mi illudo di poter insegnare qualcosa, di migliorare o convertire gli uomini...)

lunedì 14 gennaio 2008

Precariato

Nel mondo ufficiale, al gelo, fuori dallo spazio ovattato del caldo blog domestico, questo è il periodo delle pre-iscrizioni scolastiche: orde di ragazzi pubescenti che visitano scuole dove scaltri presidi tendono trappole invisibili per accaparrarsi la loro ingenua adesione, e fare bella figura nel novero degli istituti più "gettonati" del territorio.

Per mia (mala)sorte sono nel pieno del meccanismo anch'io, e -non so bene il perchè - sembra che alcuni studenti (facce a me ancora ignote, ma per i quali probabilmente io ho la fama del docente-giovane-tanto-bravo-che-non-sembra-nemmeno-un-insegnante) facciano domande sull'eventuale mia presenza in quell'sistituto per l'anno scolastico successivo quale condizione per una loro eventuale scelta...

I poveri tapini (Dio come volevo scrivere questo epiteto! dai tempi di zio Paperone..) non sanno che IO appartengo alla vasta specie animale che Beppe Grillo definisce -non senza amore - i Nuovi poveri. Ebbene sì, sono un precario!!


E non solo a scuola, ma all'università, negli interessi, in buona sostanza nella vita. Un equilibrista delle professioni, sempre sul filo dell'abisso oppure disteso sotto il sole di un'inattesa, caduca visibilità. Per un anno, un semestre o poco più...

Passando dallo sconforto all'entusiasmo di progetti futuri (che spesso tali rimangono: progetti appunto, etimologicamente per essere gettati via!) ho riflettuto un po' su questa strana vita di fronte ad un eterno bivio, e mi è venuta in mente la famosa canzone di Ligabue (Luciano, non il pittore, precario anch'egli): Una vita da mediano.

Il titolo e l'assonanza mediano / precario ha stimolato questa versione aggiornata del testo, che propongo ai blogger di mare, cielo e terra (narcisismo ipertrofico..)



Da canticchiare sulla base ritmica del testo del Liga.



Una vita da Precario

Una vita da precario
A recuperar supplenze
Non è fisso il tuo salario, aggiornando competenze
Una vita da precario
Con dei compiti precisi
a coprire certe classi a mostrarsi mai decisi
lì sempre lì lì nel mezzo
finchè ce la fai stai lì
una vita da precario
Che non ha paga in Agosto
che la classe devi darla a chi è già perdente posto
Una vita da precario
Che lo stato non ti ha dato
nè la spinta del partito, o della Chiesa: che peccato
lì sempre lì lì nel mezzo finchè ce la fai stai lì
Una vita da precario
Da uno che si stressa presto
perchè quando hai fatto un anno devi andare in altro plesso
Una vita da precario
Lavorando senza orari
anni di fatiche e file negli uffici provinciali
lì sempre lì lì nel mezzo
finchè ce ce la fai stai lì stai lì…

domenica 13 gennaio 2008

Meine Stadt im Regen


Im Regen hört das Lärm der Strassen auf.
Ich gehe, einsam, durch die Gassen am Morgen.
Die Stadt sieht Menschenleer aus,
Regentropfen fallen emsig auf die Steine.
Einzige freiwillige Arbeiter an einem Ferientag,
wenn alle noch schlafen,
verschläft meine Stadt
ihren Tag.


Nella pioggia cessa il rumore delle strade.
Cammino, da solo, nei vicoli al mattino.
La città appare deserta,
solerti cadono le gocce sulle pietre.
Unici operai volontari di un giorno festivo.
Quando tutti ancora dormono,
la mia città trascorre il suo giorno,
dormendo.

sabato 12 gennaio 2008

Shakespeare, before the night falls


Shall I compare thee to a summer's day?

Thou art more lovely and more temperate.

Rough winds do shake the darling buds of May,

And summer's lease hath all too short a date.

Sometime too hot the eye of heaven shines,

And often is his gold complexion dimm'd;

And every fair from fair sometime declines,

By chance or nature's changing course untrimm'd;

But thy eternal summer shall not fade

Nor lose possession of that fair thou ow'st;

Nor shall Death brag thou wander'st in his shade,

When in eternal lines to time thou grow'st:

So long as men can breathe or eyes can see,

So long lives this, and this gives life to thee.

Schegge di viaggio 5: Il limes

Ci sono luoghi nella vita in cui ci sembra di aver raggiunto un limite. Spesso è un pensiero, o una semplice sensazione che ci induce a pensare: "Ok, di qui non si va oltre. Non c'è niente oltre. Questo è il mio limes".


I romani (quelli antichi eh, non i nostri cari caotici contemporanei...) erano assillati dal senso del limite. Il limite era un argine invalicabile, un "ager sacrum" come già diceva Romolo (fratello di Remolo secondo la stravagante teoria del nostro caro ex premier), una linea talmente importante che solo i sacerdoti erano in grado di valicare.

Un fiume è un limite (e non a caso chi spezza l'andamento di un corso d'acqua costruendovi un ponte veniva chiamato Pontifex, pontefice), così come una catena montuosa, e soprattutto il mare, limite estremo.





Porre dei limiti da' un senso di sicurezza all'uomo sperduto nel dedalo di strade. Oltre un muro ci sarà pur ben altro, ma io non me ne curo! Hic sunt leones, dicevano i nostri avi puntando le dita sugli spazi incompleti delle prime carte geografice.


L'Europa è costellata di limiti: dalle colonne d'Ercole al Vallo d'Adriano, dal limes danubiano ai tanti muri moderni che hanno deturpato le nostre città, a Berlino come a Belfast.




Nel corso dei viaggi che ho avuto la fortuna (ventura?) di fare in questo vecchio, caro, litigioso continente, ho spesso subito il fascino del limite, ma nessun luogo è solo lonatanamente equiparabile a Fanad Head, estremo promontorio irlandese, rivolto verso l'oceano, l'America, il nulla.


Quelle sensazioni le registrai a caldo, in quello stesso giorno, all'ombra di una Guiness in un piccolo pub irlandese, ed ora le ho ritrovate, e voglio ricordare qui quel breve tratto di un lungo viaggio, magico come può esserlo solo l'Irlanda, terra di folletti e di fate.



FANAD HEAD: La macchina segue con qualche difficoltà le indicazioni della mappa, e quelle strisce gialle o verdi che sulla carta sembrano così facili, lineari, si rivelano essere poco più larghe dei percorsi pedonali sulle montagne alpine; il dado però è stato tratto da tempo, e nulla può impedirci di raggiungere un estremo lembo di terra ad ovest.
Sulla cartina geografica Fanad Head appare come uno dei numerosi promontori che caratterizzano le coste occidentali, una delle numerose sentinelle di roccia appostate verso l’infinito, a difesa di invisibili nemici provenienti dall’oceano, come in molti altri casi irlandesi, il percorso che conduce a questa meta non sembra troppo difficile.
La realtà però si dimostra ben diversa dalle lineari coordinate geografiche: la mulattiera che porta al faro è incredibilmente stretta, l’auto si muove a malapena tra sassi e terra umida, quasi come in una tappa di un rally dobbiamo evitare pericoli a destra e manca; eppure siamo seguiti anche qui, praticamente a Hell’s Ditch, da due campers italiani, imperterriti seguaci di percorsi alternativi, veri eredi di Marco Polo e Cristoforo Colombo su quattro ruote motrici.
Giungiamo a destinazione dopo qualche incertezza e molta cautela, a piedi ci incamminiamo verso l’ennesima scogliera mozzafiato: calpestiamo pietre scure ed erba umida di vento e di pioggia, scattando molte foto per eternare il trionfo automobilistico della Peugeot, e testimoniare il limes occidentale d’Europa, oltre cui lo sguardo si perde verso l’oceano, verso altre mete da raggiungere nella geografia della nostra mente.

venerdì 11 gennaio 2008

Il catalogo è questo


Uno dei miei film della vita è Manhattan, di Woody Allen. Fortunatamente posso condividere questa passione (per il regista e per questo film nello specifico...) con milioni di altri esseri umani nel mondo.

In una famosa scena il protagonista elenca i 10 motivi per cui - secondo lui - vale la pena vivere, malgrado gli accidenti della vita ed il caos newyorkese che lo affligge, rendendolo prigioniero della città in bianco e nero.


Questa celebre lista è stata lo spunto per molti di noi, cinefili incalliti, di confrontarci - a nostra volta - con il tema del valore in diversi momenti della vita.


Naturalmente la lista è mobile, nel senso che in momenti diversi della vita potremmo variare le nostre neessità e le priorità.

Quindi ogni lista rispecchia l'hic et nunc della nostra essenza, nel mondo, in un dato momento.


Il giochino è un MUST per molti blogger, e quindi lo voglio riproporre anche qui, in queste pagine virtuali che trasudano di osservazioni pubbliche (il mondo si affaccia ogni tanto anche a queste finestre opache), di pensieri privati e riflessioni.

Spero che chi le legga provi - a sua volta - a giocare con i propri assets.

Ecco la lista originale:


Va bene, dunque, perché vale la pena di vivere? Ecco un'ottima domanda. Uhm. Beh, esistono al mondo alcune cose, credo, per cui valga la pena di vivere. E cosa? Okay. Per me... ehm, io direi... per Groucho Marx tanto per dirne una, mhmmmm, e Willie Mays e... il secondo movimento della sinfonia Jupiter... Louis Armstrong, l'incisione "Potatoehea Blues"... i film svedesi naturalmente... "L'educazione sentimentale" di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili... mele e pere di Cézanne, i granchi da Sam Wo, il viso di Tracey.


Questa è la mia lista, al momento:


  1. I film di Woody Allen

  2. La Rapsodia in blu di Gershwin

  3. Le poesie romatiche tedesche

  4. Alcune canzoni di Bruce Springsteen

  5. I Peanuts

  6. I tortellini

  7. I miei gatti, naturalmente.

  8. I colori incredibili degli espressionisti (Kandinsky, Klee, Munch)

  9. Le campagne umbre e toscane d'autunno

  10. Il viso di L. e gli occhi di M.




giovedì 10 gennaio 2008

Das Ewigweibliche - L'eterno femmineo


“ Dove stai andando ragazzo ? “ la voce arriva inattesa, l’uomo si avvicina sorreggendosi sul bastone, eppure vigoroso, quasi che il bastone sia solo un vezzo, da antico signore abbigliato all’ottocentesca, trasfigurazione di un quadro francese. La voce è profonda, di lontananze invisibili.
Cammina lungo le sponde del fiume che delimita Soltana. Mi chiama ragazzo, lui può certo farlo e forse è stato giovane un tempo, nel passato di chissà quale evo, forse ha amato anche lui, ha sofferto, ed è sopravvissuto.
“Allora, cosa cerchi da queste parti ? “ insiste con un tono da vecchio curioso, mentre io mi fermo ad osservarlo tra i raggi del pallido sole che trapelano dai rami degli alberi ( già, gli alberi, alti ed indifferenti all’uomo ), ma si vede ben poco nella luce della sera incombente.
“Una donna, non è vero ?

C’è sempre una donna all’inizio, ed alla fine: Das Ewigweibliche zieht uns hinan “
Quelle parole mi risvegliano come da un torpore millenario, come se non avessi mai vissuto prima di quelle parole, un’eco di lettere e letteratura profonda, un richiamo dell’anima.
“Herr Goethe ? Cosa fate qui, o forse dovrei dire: cosa fate adesso ? “ Il consigliere segreto sorride, o forse è solo una smorfia di quel viso accecato da un repentino raggio di sole.
Weimar è lontana, il Meno non assomiglia affatto a questo rigagnolo di campagna, eppure il grande Pagano è qui, ora, e non altrove.
Ich habe Ihnen die erste Frage aber gestellt, mein junger Herr. Na und: wo gehen Sie jetzt hin ? “
“Da nessuna parte in particolare, passeggio per dimenticare, o forse per ricordare. Non lo so più a questo punto. Ma che ora é ? E che giorno è oggi ?”
“ Oggi è già domani, e ieri non è ancora dietro la collina. Il passato è già presente mentre corre verso il futuro. Cosa significa dopo tutto il tempo ? E’ una cesura dell’infinito, una pura convenzione come i colori, come questa stupida luce che sta cercando di vincere le tenebre della foresta. Io esisto qui, esistevo prima e ci sarò quando Voi ve ne sarete andato, tornando a casa...”
“ Tornare da lei? Non credo proprio Herr Goethe.” Le parole escono naturalmente, incuranti di quella palese incoerenza spazio-temporale, un modo come un altro di discorrere amabilmente con uno scrittore morto e sepolto, un monumento della letteratura mondiale, ma tale è la situazione, che ora mi ritrovo a parlare con Johann Wolfgang von Goethe.
“Una donna? La sua Musa quindi... “

"Una Musa, già, è stata la mia Musa, forse solo una presenza immaginaria, sicuramente irreale. Ora non sono più sicuro che sia veramente esistita, forse è stato tutto un sogno, forse ho solo proiettato su di lei le mie fantasie . Lei però si è prestata a questo gioco crudele, mi ha avvinto a se’, ed ora il suo stesso nome mi ferisce, e vorrei poterla dimenticare, ma continuo a vederla ovunque, anche lungo le sponde di questo fiume..”
“Mignon fece lo stesso effetto, ma questo Voi lo sapete già... però vi dirò una cosa che forse non conoscete: nemmeno Mignon era poi quella grande bellezza, certo, era affascinante, piena di mistero, attraente sicuro, ma non certo pari ad Elena.
Eppure sapete come andò, e allora solo questo posso dirvi: nessuna donna è perfetta, non esiste la realizzazione di vostri sogni, in assoluto. Esistono donne che incarnano in gran parte queste caratteristiche, ma ciò che conta è quel certo quid che le rende uniche, insostituibili, perfette in un dato momento della Vostra vita. Un attimo che le trasforma immediatamente in ectoplasmi d’amore, dietro cui lasciar correre il cuore e la fantasia. Quella prima immagine, e non altre, Voi -caro signore- inseguirete nel tempo che seguirà: un suono, un profumo, l’eco di uno sguardo o di un gesto la avranno legata al vostro cuore, e quel momento ritornerà, cristallizzato, per sempre, non l’immagine reale, bensì l’archetipo. Pronto però a frantumarsi in mille pezzi qundo deciderà di vivere la propria vita, libera da Voi, beh, allora caro amico il quadro si romperà in terra, e voi vi troverete a raccoglierne i cocci..”
“Ma allora le affinità elettive ? E la chimica ? Nulla ha più durata ? “ risposi con una domanda.
“La chimica, mio caro signore, non prende in considerazione l’anima, essa lega due amanti come fossero due elementi simpatici, a volte da’ l’impressione che il legame possa durare in eterno, ma forse questo eterno vale solo per noi poveri sognatori di carta, noi bibliovori che non possiamo vivere al di fuori delle nostre aride citazioni d’effetto..”

A quelle parole il consigliere segreto Von Goethe si allontana verso i bosco, e lungo la strada viene affiancato da un altro personaggio (dunque la foresta è viva, dopo tutto ! ), i due sembrano discutere vivacemente, e quest’altro signore si tende verso il poeta, quasi per ascoltare meglio le parole, e disapprovarle da ciò che si può notare.


Una carrozza passa lungo il fiume, Herr Goethe si allontana dal ciglio della strada con deferenza, ed accenna un inchino, lui che di inchini dovrebbe essere l’oggetto invece, ed infatti il suo compagno di strada sembra disapprovare sdegnosamente questo atteggiamento sin troppo ossequioso verso chissà quale principino di campagna, e da’ un’energica scrollata di spalle.

Si muove in avanti lasciando il poeta quasi immobile: Karlsbader Begegnung.

Ora il poeta si sta allontanando verso la foresta, vecchio saggio, mai cresciuto, un bambino prodigioso che se ne torna da solo nella leggenda.
Io resto lì, pensando al passato con molti più rimpianti che soddisfazioni, mentre mi assale la paura di aver perso l’unica, l’ultima chance di vivere davvero, di uscire dalle pagine del libro, di scrivere una mia storia e non riassumere più quelle degli altri, ma ormai Erato mi guarda da un altro paese, e seppure vicina i suoi occhi sanno di ghiaccio e di terra arida.
Unreal city. “We who were living are now dying, with a little patience..” La pazienza è l’ultima risorsa, di tempo ormai ce n’é tanto, c’é l’eternità ( per rimpiangere e piangersi addosso...

mercoledì 9 gennaio 2008

Unreal City



Unreal City
Under the brown fog of a winter noon
Mr. Eugenides, the Smyrna merchant

Unshaven, with a pocket full of currants
210 C.i.f. London: documents at sight,
Asked me in demotic French
To luncheon at the Cannon Street Hotel
Followed by a weekend at the Metropole....


SometimesIgettheoddfeelingoflivinginasortofhuge,foggy,
noiselessglassbowl,likealazyfish, swimmingaround,notreallymoving.

Lookingatallthepeopleoutside,whiletheyarewatchingmeaswell.

Icanseethemtalkingandtryingtocatchtmyattention.Useless.Imdumb.
Icannothearthem.

Barbarianlanguagestheyarespeakingwith.Dontwanttostopmywalk.

Unrealworld.Unrealcity

martedì 8 gennaio 2008

Stanco...


Visto che oggi, dopo un burrascoso ritorno alla normalità (ma esiste la vita "normale"? Non siamo tutti forse attori di una pièce teatrale, ognuno con le proprie maschere deformi?), mi sentirei un po' "stanchino" (cfr. Forest Gump), ed allora ho pensato di servirmi delle parole di un altro, per manifestare questo torpore...

Sono addirittura troppo stanco per partorire mie riflessioni, quindi le rubo agli altri:



"Diversamente che nell'amicizia, nell'amore - o come chiamare quel sentimento di pienezza e totalità? - con lo scatenarsi della stanchezza, all'improvviso era in gioco tutto. Disincanto; di colpo svanivano le linee dall'immagine dell'altro; lui, lei, nel volgere di un attimo terribile, non davano più immagine alcuna; l'immagine dell'attimo prima era soltanto un miraggio: così, da un momento all'altro, poteva essere finita tra due esseri umani, e la cosa più terrificante era che con questo sembrava essere finita anche con sé stessi; ci si sentiva altrettanto orrendi - o meglio: nulli - quanto l'altro, con il quale fino a un istante addietro si era dato corpo tangibilmente a una certa maniera di vivere (un corpo e un'anima); non meno del maledetto antagonista, si voleva essere cancellati o spazzati via subito personalmente..."


Peter Handke, Saggio sulla stanchezza (1989)

lunedì 7 gennaio 2008

Back on track, back to school !

La quotidianità di un insegnante è segnata dagli stessi tempi dell' infanza, di un tempo sospeso in cui si è intrappolati per uno strano sortilegio di una maga cattiva.
Viviamo ferie e giorni lavorativi con i nostri studenti, e si è molto più sensibili alla stanchezza dell' hang over post natalizio, perchè - in effetti - ci appartiene...



O Captain! my Captain! our fearful trip is done,
The ship has weather'd every rack, the prize we sought is won,
The port is near, the bells I hear, the people all exulting...



Questo è lo spirito che dovrebbe ribollire nelle mie vene, questo il sacro fuoco destinato ad ardere in eterno! Nello spirito di ognuno! In ogni classe !

Già, ogni docente si sente, prima o poi, un po'un novello (ed incompreso) professor Keating, circondato da giovani menti vogliose di succhiare il midollo della vita...

Ma l'incantesimo si rompe all'improvviso, di fronte allo specchio fatato si riflette infatti il volto segnato dall' orrore della grammatica sconfitta, della sintassi ferita.

Una perla da uno studente di 5° anno (spiattellata da una collega): "l'oro non dovevano lavorare, perkè havevano soldi..."



The rest is silence (Hamlet, William Shakespeare)

domenica 6 gennaio 2008

Beim Abbau des Tannenbaums - Smontando l'albero di Natale


Am 6. Januar ist es endlich los: der Weihnachtsbaum muss weg! Die letzten Spuren der vergangenen Festzeit müssen verschwinden.
Das Ritual wiederholt sich in ganzer Pracht wie jedes Jahr: die Familie verteilt sich die Aufgaben, das Haus wird schnell geputzt, jeder übrig gebliebene Kugel wird vom Tannenbaum entfernt und zurück in den Abstellraum gebracht.
Der große Weihnachtens-Umzug ist fertig. Der Alltag erobert das Haus zurück. Die Katzen wandern endlich frei im Haus, ohne ungewünschte Hindernisse, aber ihr feierlicher Spielplatz ist auch weg.
Exorzismus eines Fests. Die Gespenster der Festtage kehren ins Land der Kinderträume zurück.
Wir bleiben, Erwachsene weinen nie!


Il 6 Gennaio è il giorno giusto: via l’albero di natale! Le ultime tracce del tempo festivo devono scomparire.
Il rituale si ripete in pompa magna, come ogni anno: la famiglia si divide i compiti, la casa è presto pulita, si tolgono i residui addobbi dall’albero, e poi si riportano nello sgabuzzino.
Il grande trasloco natalizio si è compiuto. La quotidianità riprende possesso della casa. Finalmente i gatti possono girare di nuovo liberi in casa, senza impedimenti indesiderati, ma così è scomparso anche il loro personale parco giochi festivo..
Esorcismo di una festa. I fantasmi dei giorni festivi se ne ritornano nel regno dei sogni infantili. Noi restiamo, gli adulti non piangono. Mai!

sabato 5 gennaio 2008

Angelus Novus

Gli angeli mi hanno sempre affascinato (e forse questo si era già capito...). Sin da bambino, quando ascoltavo i racconti dell'angelo custode, e la semplice preghiera (quasi una filastrocca) che ci inseganavano i nostri genitori. Mi piaceva credere nell'essenza angelica, in una sorta di fratello silenzioso, e più saggio, accanto a me.

Poi ne ho incontrati diversi lungo la vita: Paul Klee ed il suo angelo delle macerie; Rilke ed il suo angelo poetico; i saggi sull'angelologia di Scholem e la tradizione chassidica, fino all'lluminazione Wendersiana: Il cielo sopra Berlino. Forse il film più importante della mia vita...


Allora ho pensato di proporre due piccoli testi qui, per tutti: un piccolo estratto del saggio di Benjamin (sempre lui, altro fan degli angeli) sull'opera di Klee ed una piccola poesia che una nuova amica tedesca ha scritto nel suo blog (è nei miei favoriti), e che vale la pena tradurre per tutti.

C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. (W. Benjamin, Angelus novus, Tesi di filosofia della storia)




Se fossi un angelo…
Allora la mia lingua sarebbe musica
E se avessi ali...
sicuramente le aprirei sopra di te.
Se fossi un angelo…
illuminerei la tua vita.
E se potessi…
mi farei carico di tutti tuoi pensieri
Ma purtroppo non sono un angelo
E posso solo sperare…
Di non deluderti

French 2008

venerdì 4 gennaio 2008

Schegge di viaggio 4: Assaggi Viennesi

Wiener Blut

Kunsthistorisches Museum, al centro dell’isola museale cittadina, palazzo orgogliosamente seduto in mezzo al verde del parco pubblico, umilmente ossequiante di fronte ad una enorme effigie dell’imperatore Franz Joseph. L’orgoglio ed il vanto di una perfetta scatola per gioielli di corte traspira dal grigio delle mura di questi edifici gemelli, l’attesa epifanica di osservare finalmente - a debita distanza, s’intende - Tintoretto e Van Dyck, l’arte romana e quella egizia si placa velocemente.

Lo Spittelberg è un quartiere Biedermeier che sembra spuntare direttamente da un quadro di Spitzweg: vecchie case restaurate a dovere come una chanteuse prima di una serata di beneficenza; palazzi policromi che contrappongono magicamente il grigio che li inghiotte, fanno dimenticare per un momento la plumbea serietà imperiale.
Qui si può mangiare all’austriaca, all’ombra di una finestra addobbata con fiori alpini, al centro di un idillio tardo borghese, insieme ad altri turisti che si godono cibo e bevande sottovoce. L’ambiente è quasi perfetto, la sensazione di salto cronologico è tale che non sarei affatto sorpreso dal sopraggiungere improvviso del vecchio Grillparzer, caustico ed onesto cantore dei vicoli viennesi, anch’egli approdato al tavolo di fianco a noi.



Spittelberg

La Herrengasse con il famoso Caffè Central, attraverso le finestre si intravede già la statua di Altdorf, il poeta del bar, l’unico cliente fisso che non va in ferie, nemmeno di Domenica.


Cafè Griensteidl


In direzione del padre Danubio (madre, secondo l’etimologia germanica..) si incontra il quartiere ebraico di Schwedenplatz: il corso del fiume sembra profilarsi come vero e proprio “umbilicus Juvenum” di Vienna, con Stuben e Geiseln come se piovesse, la musica si mescola continuamente con lo sciabordio dell’acqua del - mai stato blu - Danubio, fiume che ha creato e diviso l’Europa, estremo limes storico e culturale, corso d’acqua che potrebbe prosciugarsi da un giorno all’altro, nel momento in cui qualcuno chiudesse il famoso rubinetto a Donuaerschingen..

Da Schönbrunn al Prater: malgrado la non indifferente distanza, le due atmosfere viennesi non divergono poi molto. La magia del luogo sacro agli Absburgo è una perfetta quinta teatrale per la saga imperiale, che comunque rimane un enorme, sfarzoso, parco giochi, un luogo in cui la politica ha spesso danzato ( spesso mentre fuori dal palco la storia ufficiosa piangeva le sue vittime). Luogo sicuramente nobile, sofisticato, tra arazzi e porcellane cinesi, che sfoggia una notevole galleria di ritratti di re morti e regine defunte. Una nobiltà che sembra pari a quella del Prater, dove la ormai secolare Riesenrad simboleggia una città imperiale ( ed il sottile paradosso urbano è già implicito nella definizione..), e ciò che allora parve al mondo emblema di un impero felice e potente, oggi resta - pur nel suo eccentrico fascino di puer ludens ipertrofico - un semplice monumento all’effimero, ennesima trovata dei viennesi per darci modo di tessere le lodi della città dall’alto.

Schönbrunn (la bella fontana dall’acqua curativa che da’ il nome al luogo, oggi resta solo nella toponomastica) accoglie i transfughi dell’impero perduto nelle ampie sale, dove la storia attende pazientemente l’ennesima udienza dell’imperatore, un palazzo che brulica di orologi, dove regna l’ossessione del tempo che fugge, da Dürer alla Totentanz, migliaia di battiti diacronici cercano di fermare l’attimo, quasi presagendo il grigio destino del destino imperiale.
La perfetta, immobile, simmetria delle sale sfarzose, l’esasperata messa in mostra del lusso della Felix Austria viene tragicamente contrappuntata dall’incessante ticchettio degli orologi da tavolo, delle pendole a muro, tutti meccanismi ignari delle volontà imperiali, e continuano a battere le ore, oltre i progetti del vecchio Joseph, le fughe di Sissi, le nascite ed i lutti imperiali. Improvvisamente, da un angolino infinitesimale di un grandissimo affresco imperiale, che mostra la folla astante all’incoronazione dell’imperatore, spunta - debitamente ingrandito da una provvidenziale lente d’ingrandimento - il volto curioso e vivace del piccolo Salisburghese, attento spettatore dell’imperiale assise, e nostro contemporaneo.
Il parco gareggia con Versailles, lasciando trapelare l’ennesima malcelata invidia per la cugina Francia dei Re decapitati. Una caldissima serra ospita centinaia di farfalle belle e stizzose, ritrose a farsi toccare da mani umane, eppure pronte a spiegare le ali allo scatto della macchina fotografica, da vere dive del cinema.


Il Naschmarkt, variopinto mercato alimentare che stimola l’olfatto e gli occhi dei visitatori, come la bottega di un antico aromataro: “...bianchi savori, rossi e camellini..” al pari di un sonetto del Pudenziani fattosi immagine ed odore, una sensazione cromatica ed olfattiva delirante, sospesi tra oriente ed occidente, ci si muove a stento tra facce e colori del vecchio impero.
I turchi forse non hanno mai completamente abbandonato Vienna, ingannando il principe di Lorena, si sono solo travestiti da mercanti, vivono ancora qui, celandosi tra i banchi di frutta poliforme, alla faccia dell’impero..


La casa della Sezession appare all’improvviso appena oltre i banchi di frutta, nei pressi di Karlsplatz, il vero luogo-simbolo della sperimentazione artistica Viennese sembra appena uscito da un catalogo d’arte: palazzo sfrontato, nella sua iperbolica - eppure raziocinante - bellezza, esagerato in ogni misura, e tuttavia perfettamente viennese. Le parole scolpite nel marmo: “Jeder Zeit seiner Kunst; jeder Kunst seiner Freiheit” risuonano ancora come il futuro connubio tra urlo e geometria, quello di una seconda primavera delle arti a Vienna.


Sezession Haus


Il Zentrales Friedhof, accoglie le tombe ed i monumenti dei più nobili figli di Vienna, molti dei quali caduti sul campo del pentagramma: l’effigie di Behetoven, illustre ospite renano, riposa accanto a quella di Mozart, il cui corpo cerca però ancora una degna sede, e poi Brahms accanto ad uno stuolo di componenti della stirpe Strauss, tutti morti e tutti ben allineati.


Il Belvedere, ennesimo, ottimo esempio di sfarzo absburgico, con la complicità del Duca di Savoia (l’eroe dei Turchi, tanto per capirci..) che qui dimorò a servizio dell’imperatore.
Si è di nuovo immersi in un giardino lussureggiante, con tanto di mini-cascata artificiale e dedalo di siepi guardate a vista da statue allegoriche, . Al suo interno il Belvedere Superiore ospita una magnifica collezione d’arte che fa vibrare a lungo le corde dell’appassionato di quello Jugendstil, di cui Klimt rappresenta l’espressione più alta: alcune delle sue opere maggiori sono esposte proprio qui, accanto a Schiele, Kokoschka, Van Gogh, Monet ed altri maestri, tutti a fare sfoggio di se stessi, lasciando il povero germanista onnivoro in uno stato semi catalettico, post-estatico che sfocia in una dolcissima sensazione di ipertrofica soddisfazione artistica...

Hundertwasser Haus: vero delirio d’onnipotenza cromo-visionaria. Una casa - giocattolo, pongo policromo maneggiato da un gigante mai cresciuto, luogo infantile per eccellenza, eppure reale, come i suoi bagni, ed i balconi, progettati da un architetto pazzoide che volle progettare il futuro direttamente del passato remoto, dando così forma ad un allucinato, enorme, affascinante trompe d’oeil viennese.


Hundertwasser Haus


Beehtoven Haus: l’appartamento del musicista renano mi accoglie in tutta la sua essenziale comodità, all’ombra di un grande albero. Da un vicolo seminascosto varco il portone d’ingresso per rendere omaggio al genio: il pianoforte fa sfoggio di se’ al centro della Musikzimmer, accanto sono visibili documenti autografi ed immagini che testimoniano il passaggio terreno del genio. La vista che tutt’oggi si gode dalla finestra della sala, “..ist eine Reise wert..” come dicono da queste parti, e tutto l’ottocento viennese si sintetizza immediatamente sotto il mio sguardo.
Qui più che mai mi colpisce il pensiero del vecchio compositore vicino alla completa sordità, autore di un’arte a lui inaccessibile, un Prometeo sordo, che forse avrebbe preferito essere cieco, per non dover sopportare più gli sguardi di scherno dei bambini e della gente curiosa di fronte al tempio musicale che andava progressivamente in rovina.


L’uomo che è riuscito a musicare l’anima ha dimorato un centinaio d’anni prima, ma a pochi metri di distanza, da colui che l’anima l’ha vivisezionata, dallo studio del Dott. Freud, in Bergstrasse. Tutto è ancora lì, intatto ed intangibile: il suo cappello, il bastone, i suoi tanti libri, lo strano giaciglio (all’apparenza alquanto scomodo) che avrebbe dovuto essere un prototipo di lettino psicanalitico, la sua raccolta d’arte preistorica, così come li idoli, i totem incas accanto ai tabù viennesi; tutto ben disposto dietro teche di vetro.
In questo luogo si ha ancora l’impressione che il dott. Freud sia appena uscito per una visita improvvisa, in procinto di rientrare da un momento all’altro, forse stupendosi per la folla di curiosi poliglotti che si accalcano presso le sue stanze, tutta gente che mai come oggi avrebbe bisogni dei suoi consigli.
L’arredamento tardo Biedermeier ed il grazioso balcone da cui si intravede il cortile interno del palazzo, contrastano ferocemente con le teorie sulla schizofrenia e sull’isteria che il dottore ebreo viennese elaborò dolorosamente qui, al centro dell’idillio borghese di fine secolo...

La Kunstakademie, vera e propria scuola, con tanto di studenti e bacheche indicanti innumerevoli avvisi di offro/cerco. In più però qui c’é Jeronimus Bosch, con il suo trittico del Jüngstes Gericht. Un’opera a lungo osservata sui libri scolastici, quasi uno di casa nella mia galleria d’arte immaginifica: una mimesi di un lucido incubo profetico, l’opera è ora qui in carne e tela finalmente.
Teste mozzate, corpi devastati dalla malattia e dal peccato, mani che ospitano occhi, tutto il mondo di Bosch emana profumo di peccato, quasi fino ad annullare il bene metafisico che timidamente appare dall’alto del cielo brunastro del quadro. Il rosso dell’olandese è molto più di un colore, è l’espressione più alta del delirante, eppure lucido, dolore, di un’attenzione quasi sadica per il male, da cui non c’é riparo...



Hyeronimus Bosch


La casa di Mozart nella Domgasse. L’ambiente a dir poco spartano dell’appartamento/museo contrasta con la vista che si gode dalla finestra della sala, da cui si scorgono case rinascimentali e barocche, il tutto ad offrire un quadro quasi lirico dell’ambiente in cui nacque il Figaro, un luogo simbolico dell’anima viennese.
Una calma serafica avvolge le stanze in cui ci si muove con discrezione, quasi per non svegliare il mito dormiente, lasciando spazio per i pensieri e la musica: la sorprendente partecipazione popolare alla musica con cui i viennesi si cibano del mito Mozartiano, è figlia di questa pace domestica, delle stanze in cui Mozart sedeva al piano per comporre le sue opere, ostaggio ed ospite d’onore di una città che forse non l’ha mai capito.

Mozarthaus


Vienna resta in fondo una città immobile, di una ferma rapidità in cui le facciate dei vecchi palazzi borghesi si scontrano con la folle genialità della Hundertwasserhaus, dove la Haas Haus riflette perfettamente lo skyline del vecchio Duomo medievale, producendo il simbolo perfetto del luogo, piazza in cui passato e futuro si fondono, fregandosene allegramente del presente.