Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

mercoledì 16 giugno 2010

Il culto di San Giovanni e la notte di mezza estate: alcune suggestioni Shakespeariane.

Le feste solstiziali nell’Europa precristiana

Le feste solstiziali segnano un importante momento di passaggio nella vita quotidiana dei popoli europei (e non solo) sin dall’era preistorica: una cultura basata essenzialmente sui cambiamenti stagionali, sull’alternanza notte/giorno, freddo/caldo, cerca delle spiegazioni “razionali” a tali variazioni, ma spesso la razionalità dei movimenti degli astri, la loro “misurabilità” (attraverso strumenti come i calendari Maya, gli orologi cosmici di Stonhenge ecc…) sfugge alla massa, restando invece un privilegio culturale per pochi sacerdoti che invece sanno interpretare i segni delle mutazioni con una precisione quasi “scientifica”.

La gente quindi si rifugia nella fede, nell’irrazionalità, nella credenza in un intervento divino, oppure magico. Ed allora i momenti di passaggio stagionali – i solstizi appunto, ma anche altri passaggi cronologici in diversi calendari – vengono associati ad un evento magico, ad una Divinità che regola l’alternanza, e poi – in era cristiana – quelle stesse funzioni prima attribuite a Dei pagani, vengono riassegnate alle facoltà dei Santi.

Il solstizio d’estate (che astronomicamente cade tra i giorni 20 e 21 Giugno) nella cultura Celtica, e poi anglosassone precristiana, veniva chiamato Litha (light, per assonanza, ovvero Luce), che come per Samhain (il solstizio d’inverno) segna il giorno in cui i confini tra i mondi sono sottili, quando i mortali hanno singolari esperienze e quando le fate si adunano nelle valli. Questo è il motivo per cui Litha è il mese "aggiuntivo" del calendario Anglo-Sassone, aggiunto ogni anno per portare i mesi lunari in linea con l'anno solare.

L’intervento della Chiesa in materia di regolamenti

La chiesa delle origini con i suoi evangelizzatori in Europa (come San Patrizio), si batte strenuamente per cancellare i riti e le tradizioni pagane legate alle feste solstiziali, ma con poca fortuna: i gesti, le credenze, i riti e le feste legate al solstizio non si fanno dimenticare facilmente, e nemmeno il passare dei secoli riesce a far calare l’oblio su tali manifestazioni, che allora si cercherà di “istituzionalizzare” all’interno del Calendario religioso cristiano.

Il sincretismo tra figure evangeliche (o Bibliche) e pagane è uno dei tratti dominanti del passaggio al cristianesimo completo in Europa, e sopravvivrà a lungo (in alcuni suoi tratti folkloristici non è scomparso nemmeno oggi..) soprattutto nelle aree geografiche più legate alla cultura celtica, e quindi nelle isole britanniche ed in Irlanda.

Un accenno alle proibizioni che riguardano le feste solstiziali è presente – come sappiamo bene – anche negli Statuti Egidiani narnesi, del 1371 (3° libro, cap. 87), e la presenza in un corpus basso medievale di un tale provvedimento ci fa ben comprendere quanto la tradizione pagana fosse ancora molto forte in era tarda. A questo proposito è interessante notare che la stessa proibizione appare in una lettera che Sant Eligio (659 d.C. ) indirizza molti secoli prima agli abitanti delle Fiandre – neoconvertiti al cristianesimo – con altrettanta foga: “che nessuno nella festa di san Giovanni o altre festività, celebri i solestitia danzando con corone o cantando canti diabolici o osceni”.

L’eredità pagana in ambito britannico

Il passaggio tra il mondo pagano – specialmente quello legato alla religione celtica – ed il cristianesimo lascia una forte eredità folklorica nei paesi Britannici: dall’Irlanda alla Scozia e l’Inghilterra le vecchie divinità (temute o invocate) del mondo dei Druidi si “riciclano” all’interno della tradizione orale, spesso cambiando nome, oppure mutando d’aspetto (un tratto tipico di questo passaggio è il ridimensionamento degli spiriti, che da giganti diventano piccolissimi, come gli elfi, o gli Gnomi), conservando però alcuni tratti caratteristici della religiosità pagana.

Fate, spiriti malefici e benigni, streghe e stregoni appartengono alla tradizione celtica da sempre: l’irlandese William Butler Yates ne ha studiato le varie caratteristiche, compilando una sorta di dizionario degli spiriti irlandesi (ma anche inglesi) così come appaiono nella tradizione orale, nei racconti, nei fairy tales (le favole) e le canzoni popolari.

Già nel tardo medioevo questa operazione di “sincretismo” tra mondo pagano e cristianesimo aveva però dati i suoi primi frutti, spesso accostando divinità locali a quelle classiche, pervenute in europa tramite altre fonti orali, o scritte, nei secoli dell’umanesimo.

La tradizione del May Day e quella del Midsummer.

L’incertezza riguardo al passaggio solstiziale in ambito popolare porta ad una strana sovrapposizione del calendario: con il passare del tempo, dopo la “laicizzazione” dei riti pagani ed il loro inquadramento all’interno delle feste cristiane, in Inghilterra si tende a confondere – e quindi sovrapporre – l’inizio della bella stagione spostando – ovvero dilatando - tale periodo dal calendimaggio al San Giovanni.

Il periodo che va dall’inizio di Maggio e che segna il periodo situato a metà fra l’equinozio di primavera ed il solstizio estivo viene celebrato in ambito gaelico come la festa di Beltane, in Europa come Calendimaggio, e per molti popoli rappresenta nel Medioevo cristiano la fine dell’inverno.

La celebrazione del May Day è quindi un prologo solstiziale al giorno di san Giovanni, vero inizio dell’estate, ma le due date arrivano quasi a sovrapporsi (o sostituirsi) nella memoria stagionale degli uomini medievali.

La celebrazione dei riti di maggio e la festa del Midsummer Day vengono lentamente a coincidere, soprattutto in ambito letterario, ed è solo così che nel Sogno di Shakespeare può spiegarsi la citazione finale del Mayday !

Il Midsummer Day in ambito inglese ha anche altre caratteristiche legate alla tradizione magica del passaggio tra stagioni: la luna di mezza estate (midsummer Moon) è infatti considerata particolarmente pericolosa per chi ha problemi mentali. In questo giorno sono infatti più comuni di i casi di follia! Questa credenza si ritrova ancora oggi nel detto popolare: To have a mile to midsummer (ovvero essere vicini alla follia).

Anche in altri paesi il riferimento al Midsummer ha il suo peso popolare: in alcuni paesi dell’est europeo esiste la figura della Russalka, uno spirito femminile dell’acqua e della fertilità: in occasione del Midsummer questi spiriti si acconciano i capelli con dei fiori e lasciano i fiumi, dove vivono, per aggregarsi alle feste degli uomini e possibilmente rapirne alcuni (come le mitiche Ondine). Anche in questo caso l’eco degli spiriti femminili/acquatici si ritroverà nel Sogno di Shakespeare, nella figura delle fate, che accompagneranno Titania nella notte di San Giovanni.

Il Sogno di una notte di Mezza Estate – Shakespeare ed il Midsummer.

L’opera risale molto probabilmente agli anni tra 1594 e 1597, e l’accenno alla festa per un matrimonio ci fa supporre che il lavoro fosse stato commissionato per delle nozze, e seguendo la biografia di Shakespeare arriviamo all’ipotesi 1595.

E’ oltretutto possibile che la prima versione dell’opera fosse stata pensata per essere allestita in un teatro privato, addirittura in un palazzo, com’era consueto nel caso di commissioni private.

Anche Shakespeare è figlio delle tradizioni orali e del Folklore medievale, e sicuramente una delle fonti principali per l’opera ( e di ogni informazione relativa alle tradizioni flocloristice/magiche della sua terra) è The Disovery of Witchcraft (la scoperta della magia), un opera pubblicata nel 1584 da Reginald Scott, il testo enciclopedico per eccellenza dell’epoca, dove spiriti e creature dei boschi vengono delineate in ogni loro aspetto, e quindi un libro fondamentale per ogni scrittore.

Sicuramente a Shakespeare era nota la credenza che filtri d’amore, piante, fiori fossero efficaci nelle relazioni umane (il limite tra magia ed alchimia è molto labile in quei tempi, e la ricerca delle leggi naturali spesso sconfina con la stregoneria), così come il fatto che la Luna e le sue variazioni avessero influenza sui risultati di tali pozioni, e sulla vita umana in generale.

Nel periodo elisabettiano comunque comincia ad affacciarsi anche un certo scetticismo nei confronti di queste credenze, ritenute troppo popolari, ai limiti dell’eretico dalla cultura ufficiale: è interessante notare – sotto l’aspetto linguistico – che la radice del termine pagano in inglese resta proprio nella parola peasant, ovvero contadino, villico, come a voler dire: chi abita in campagna segue ancora i riti pagani!

Il “declassamento” di alcune divinità pagane avviene – come detto – già in era medievale: la nascita dei folletti, degli elfi nel folklore ne è un esempio: Una figura di particolare rilievo 8anche nel Sogno) è in questo senso il Trickster, l’imbroglione, lo spiritello affine ad un Pan, un folletto amorale, mentitore , cha fa scherzi a sfondo sessuale ed inganna tutti con le sue parole. La figura di Puck nell’opera è figlia, se vogliamo, di questa tradizione.

Puck: il folletto tuttofare

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Figura apparentemente marginale nel “Sogno”, Puck è invece il punto d’incontro tra il mondo degli uomini e quello delle fate, un servitore poco fedele e molto amorale, a servizio di Oberon, eppure libero dalla moralità delle favole.

Il “secondo nome” di Puck – quello con cui si presenta agli uomini, come se il suo vero nome debba rimanere celato a noi mortali e noto solo agli dei, è Robin Goodfellow.

Puck era originariamente un daemon, uno spirito malvagio che non ha nemmeno un vero nome (Oberon lo presenta come “a puck”, come per dire uno spiritello), assimilabile ad un folletto, che nella tradizione magica era considerato malvagio, come un Coboldo germanico, o un Goblin, ma che in Shakespeare si addolcisce, e la sua benevolenza viene garantita addirittura dal soprannome Goodfellow (buonuomo), al massimo uno spirito burlone, che gode nel mischiare le carte in tavola tra i vari personaggi, facendo e disfacendo le coppie di amanti, preparando pozioni magiche per il suo padrone Oberon. Insomma il classico trickster.

Il suo nome Robin richiama alla mente le leggende di Robin Hood non a caso: nelle saghe popolari della foresta di Sherwood infatti l’aspetto esteriore di Robin è assimilabile proprio a quello di un folletto, vestito di verde, con uno strano cappello: insomma, molto in Robin Hood ricorda uno spirito dei boschi!

Il bosco fatato ed il Midsummer

L’amore ed i suoi fraintendimenti sono i veri protagonisti dell’opera di Shakespeare, in questo senso tutte le scene notturne nel bosco sono una citazione del folclore britannico legato al Midsummer, ai Mayday Lovers ed ai giochi legati alla fertilità tipici del San Giovanni.

Shakespeare ama mischiare le carte tra gli amanti, e qui lo fa addirittura coinvolgendo il re e la regina delle fate (Oberon e Titania), rifacendosi a fonti più antiche e rielaborandole alla luce della magia del solstizio.

Nella figura di Titania si scorge tra l'altro l’eco di Diana, la Dea della caccia e della fertilità, un’amazzone, circondata da altre amazzoni nel bosco.

Il bosco nell’opera rappresenta l’altrove, l’elemento ferino, extra-ordinario, lontano dalle leggi che vigono nella città degli uomini, il luogo deputato all’incontro tra animali, spiriti e mortali, dove tutti si possono scambiare i rispettivi ruoli e soccombere solo alle leggi della notte magica, comportandosi come dei fuorilegge (outlaws, appunto, come Robin Hood).

Gli incantesimi possono trasformare uomini in asini (è il caso di Bottom, l’attore che farà innamorare proprio Titania) e l’influsso della pozione magica di Puck – un richiamo alle erbe di San Giovanni, cullate dalla rugiada notturna – può cambiare la sorte di tutti i protagonisti.

In questo caso Puck, il folletto dispettoso, gioca a fare il Cupido per Oberon, ma la sua imperizia nelle arti dell’amore gli è fatale, ed i suoi errori saranno la fonte di ogni fraintendimento nella notte di mezza estate.

L’opera di Shakespeare –in conclusione – è un vero gioiello di sintesi tra il mondo delle fate e quello degli umani, un mondo che “si fa palcoscenico”, e ci lascia attoniti spettatori di fronte agli scherzi del destino, fino a farci sospettare che – come ci dice Puck al termine dell’opera – tutto ciò che abbiamo visto sia stato solo un bellissimo sogno notturno.

Fabio Ronci

5 commenti:

... daisy... ha detto...

non ho capito bene che giorno è il May Day... forse è meglio che non esca... se è pericoloso per chi ha problemi mentali...
QUESTO POST è fantastico! Amo leggere di tradizioni celtiche e non... e AMO Il sogno di una notte di mezz'estate di Shakespeare... in effetti amo proprio lui, un poeta, un genio.
Comunque ovviamente le cose magiche mi piacciono, affascinano, elettrizzano e figuriamoci allora quanto mi ha affascinato il libro e anche le rappresentazioni teatrali che ho visto!!! BELLO BELLO! Grazie

desaparecida ha detto...

fabiuccio ma come evo fare con te?
Quando scrivi mi rapisci!

Mi sa che ti sequestro un giorno di questi e ti sfrutterò come cantastorie per le mie notti insonni!

E si nn ci sono alternative farò così! :)

Ornella ha detto...

Che goduria questo post, resterei a leggerti per ore! Ah, se potessi ascoltarti dal vivo....

ziamaina ha detto...

Bello, bello, bello :-)
Detto da una che ha sempre questo libro a portata di mano...
E ho detto tutto ;-)

Moky ha detto...

letto d'un fiato! :)