Una rilettura necessaria: Il Cerchio di Dave Eggers


Nota: Sulla scorta dei fatti recenti legati all'uso improprio di dati personali raccolti da Cambridge Analitica via Facebook, penso si utile ripubblicare qui, nel blog, una breve analisi di un testo letterario che sembrava precorrere  tempi....

Quando  nel 2013  Dave Eggers pubblica “The circle” la sua carriera di “giovin scrittore” è già  affermata, visto che con il suo romanzo d’esordio - L'opera struggente di un formidabile genio –  aveva ottenuto successo e riconoscimenti, tanto da venire accostato a figure  mitiche del cosiddetto “realismo isterico” postmoderno quali David Foster Wallace e Jonathan Franzen. 
Quell’esordio semi-biografico risale però all’inizio del XXI secolo, ovvero all’anno 2000, e malgrado la febbre millenaristica che stava permeando la cultura mondiale, con tanto di paura del millennium bug e previsioni catastrofistiche, nell’opera – molto intimista – non vi è ancora traccia di una tecnocrazia futuribile alla Philip Dick, e nessuno quindi  all’epoca sospettò un interesse di Eggers per la materia.
Tredici anni  (e sei romanzi) dopo l’ex scrittore prodigio ci ha invece consegnato quella che può essere definita la prima, vera opera distopica del nuovo secolo, figlia della democrazia digitale e della visione semi-anarchica della generazione Y, tutta tesa all’interconnessione con il mondo nella grande galassia del web, con tutti i suoi pregi , i difetti e le minacce…
Il Cerchio non può essere letto senza pensare al mondo dominato dalla E-Democracy,  ed alle tante piazze virtuali (e virtualmente incontrollabili)  create da Zuckerberg, Dorsey, Chen, Wales sui cui ci muoviamo tutti i giorni, pigiando questi tasti come se stessimo camminando in cerchio, pronti a modificare il nostro percorso prendendo scorciatoie e facendo inversioni ad U, praticamente senza costrizioni, liberi fino all’anarchia.


Il cerchio però evoca anche la parte più oscura di questo Wonderland digitale, un mondo fatto di strati diversi dove l’utente, come Alice, cade beato atterrando tra fiori e colori invitanti, senza però avere la consapevolezza di essere costantemente osservati dal fantasma del celebre  Big Brother Orwelliano.
Eggers stesso, nella sua sinossi, ci presenta questo mondo attraverso gli occhi della sua novella Alice, Mae Holland, che sarà la nostra guida nell’Utopia digitale:
"Mio Dio, questo è un paradiso" pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web, un asteroide lanciato nel futuro e pronto a imbarcare migliaia di giovani menti. Mae adora tutto del Cerchio: gli open space avveniristici, le palestre e le piscine distribuite ai piani, la zona riposo con i materassi per chi si trovasse a passare la notte al lavoro, i tavoli da ping pong per scaricare la tensione, le feste organizzate, perfino l'acquario con rarissimi pesci tropicali. Pur di far parte della comunità di eletti del Cerchio, Mae non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. "Se non sei trasparente, cos'hai da nascondere?" è uno dei motti aziendali. Cioè, condividere sul web qualsiasi esperienza personale, trasmettere in streaming la propria vita. Nessun problema per Mae, tanto la vita fuori dal Cerchio non è che un miraggio sfocato e privo di fascino. Perlomeno fino a quando un ex collega non la fa riflettere: il progetto di usare i social network per creare un mondo più sano e più sicuro è davvero privo di conseguenze o rende gli esseri umani più esposti e fragili, alla fine più manipolabili? Se crolla la barriera tra pubblico e privato, non crolla forse anche la barriera che ci protegge dai totalitarismi?”
Già da questa prima lettura  traspare l’ombra della Silicon Valley, ed il Campus perfetto che ospita il Cerchio e le sue strutture non può non richiamare alla memoria Palo Alto, mentre il mondo all’esterno –imperfetto, non cablato, senza WiFI – sembra un’evoluzione della triste Valle della cenere che circondava lo splendore di West Egg nel Grande Gatsby, l’isolamento perfetto, iper-tecnologico, protetto, della collina dove una popolazione ad alto tasso di IQ vive divisa dal resto del mondo, analogico, triste e senza speranza.


Ne “Il Cerchio” Eggers ci  racconta la veloce ascesa della matricola  Mae, tipica ragazza americana che lascia la provincia per il sogno made in USA (oggi un sogno più che mai digitale)  per essere assunta da  una compagnia multinazionale che sembra una sintesi perfetta tra Google, Facebook, Twitter e PayPal (interessante è infatti anche l’utopia di un mondo economico completamente digitalizzato, che ricorda tanto il progetto di valuta digitale incarnato dal Bitcoin) e che vuole far fuori la concorrenza e assumere il monopolio della rete.  
Il Guru del cerchio è Ty, uno strano pensatore simil-asceta (e qui la memoria corre invece a Steve Jobs)  che veste sempre di nero, molto anonimo, quasi invisibile, forse con un passato da “loser”, da sfigato anonimo al Liceo, che oggi  si riscatta rendendo tutti trasparenti, ipervisibili, costringendo ogni persona al mondo ad avere un solo account e dunque, una sola password per ogni servizio pubblico della propria vita: dalla posta alla banca, fino alla scheda elettorale, che, nella sua visione apocalittica, sarà sostituita da un semplice 😊 (una faccina sorridente o triste per un sì o un no) da cliccare per ogni tipo di votazione.
Ty però è una figura a suo modo Shakespeariana, che sembra vivere di ombre, che si palesa e si allontana, non definibile nemmeno dal suo aspetto, sempre sfuggente, e che nel corso del romanzo passerà da antieroe ad eroe, da Mangiafuoco celato dietro i burattini a grillo parlante, coscienza saggia per la stessa Mae
Anche la dolce, innocente Mae sembra faticare ad “integrarsi” nel sistema, ma poi  finirà per essere lei stessa l’emblema della trasparenza assoluta,  aderendo in tutto e per tutto alle parole d’ordine – spesso proiettate su grandi schermi in giro per la città / campus, con una esplicita citazione di 1984 -  che accompagnano la vita quotidiana dei Circlers, e di cui la più importante  (con una buona dose si autonomia diremmo...) è:  “la privacy è un furto” .


Quando il Cerchio accresce la propria reputazione, ergendosi a censore della politica corrotta e predicando la trasparenza assoluta, allora condividere tutta la propria vita diventa un obbligo anche per quei politici che vogliono candidarsi a rappresentare questo popolo digitale al Senato, e che quindi promettono di essere completamente trasparenti, nelle azioni ed addirittura  nei pensieri, mentre chi si ripara dagli occhi della rete, o  chi semplicemente si difende, viene accusato di celare oscuri segreti, e viene messo alla berlina dal web mondiale e quindi sarà convinto a redimersi.
In nome della sicurezza e dell’accessibilità, web cameras intelligenti vengono piazzate in ogni luogo, in modo che ciascun utente del Cerchio possa controllarle, e così molta parte della classe politica, sempre in nome della trasparenza, accetterà di indossare una microtelecamera al collo che li seguirà durante tutta la giornata – con esclusione della toilette, dover però si potrà rimanere solo 5 minuti !  
L’amore per la trasparenza totale diventa però un’ossessione distopica, che porta i tecnici a progettare addirittura un chip da innestare nelle ossa del bambino, in modo da renderlo sempre rintracciabile, prevenendo crimini e rapimenti, e così il sogno si trasforma in un incubo totalitario in cui la libertà di pensiero viene “guidata” sin dalla nascita. 
Il pensiero corre al Danton di Georg Büchner, laddove – secondo Robespierre – “…il peccato è già nel pensiero, e non c’è bisogno che diventi azione..”.  Il tutto però è servito in una salsa Orwelliana, il che rende questa storia persino più cupa.
La domanda che permea  gran parte del romanzo è però: Come si giunge alla “democrazia digitale obbligatoria”?     Egger usa la sua eroina per  svelarci questo segreto: sarà proprio Mae, infatti, ormai divenuta simbolo della Trasparenza e creatrice dei tre motti principali della vita digitale (I segreti sono bugie; Condividere è prendersi cura; La privacy è un furto) a dirci che essere controllati è ok. Tutto può andar bene. L’importante è lasciare un segno e non morire soli e dimenticati in un mondo troppo grande per poter contare qualcosa da soli.


Mark Zuckerberg ha dichiarato: “qualsiasi attività è migliore se se svolta socialmente”. Il problema  però qui  è la visione di un futuro dove non potremo più staccare la spina, una realtà in cui  non ci sarà più concesso scegliere di scollegarci dalla rete, riflettendo in silenzio, soli con le nostre idee.

Quanta trasparenza può sopportare l’animo umano? Una domanda che solo dieci anni fa’ sembrava un mero esercizio teorico,  oggi – anche agli occhi delle nuove istanze politiche e tecnologiche – non può che farci riflettere.
(Le foto inserite qui si riferiscono al Film The Circle, uscito nelle sale nel 2017) 

Commenti

digito ergo sum ha detto…
Prof., sempre edificante leggerti. E non avrei potuto scegliere aggettivo migliore. T'abbra.

Post più popolari