Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

domenica 30 novembre 2008

Feticci Natalizi

Da qualche tempo combatto ormai contro una lieve forma di agorafobia unita ad una storica misantropia; non è ancora patologia, ma ammetto che quando mi addentro in mercatini rionali o mi muovo all'interno di centri commerciali, mi sento un po' "unbehagen", come direbbero i tedeschi, ovvero a disagio, non proprio sicuro insomma...
Beh, ieri sera ho combattuto contro questa mia tendenza ed ho accettato un invito a cena da parte di amici. E qui scatterebbe - giustamente - l'obiezione "Chissenefrega..", ed io sarei d'accordo, ma la faccenda che mi spinge a riflettere addirittura con un post pubblico (sic) è altra:
prima dell'incontro faccio due passi da solo in centro, mi aggiro come un flaneur tra le strade illuminate che ispirano atmosfere pre-natalizie, stracolme di facce e mani, di voci e musichette in sottofondo, con vicoli e piazzette che profumano di dolci manco fossi in Baviera...
Mi isolo solo un po', leggermente, dalla folla indossando le cuffiette per ascoltare buona musica irlandese, aumentando così il senso di straniamento che per me si fa porta verso l'analisi simil-sociologica del milieu urbano.




I colori dei pacchetti, la finta varietà delle merci, che - invece - sembrano portare tutte alla stessa direzione di mercificazione della festa, le forme ed i riferimenti quasi univoci dell'offereta proto-natalizia, la mia stessa condizione di flaneur improvvistao, rabdomente tra i banchi dell'esposizione, mi fanno ripensare a Benjamin ed al concetto di merce - feticcio, che il filosofo tentò di esprimere e sublimare in un'opera incompleta: I Passages.
Ecco allora che il presente, l'attuale, il contingente, il fuggitivo formano questa modernità anelante di tradizione in cui mi muovo.



Benjamin descrive la sua epoca, quella delle esposizioni universali, del trionfo delle merci che diventano feticcio, acquisendo anche una condizione estetica.
Secondo lui il moderno è caratterizzato dall’ambiguità e l’ambiguità è l’apparizione figurata della dialettica.
Questo stato immobile è utopia, e l’immagine dialettica un’immagine di sogno. Un’immagine del genere è la merce stessa: come feticcio.
L’ambiguità del moderno dipende dall’ambiguità della merce, che è, nello stesso tempo, valore di scambio e valore d’uso. Il moderno non è soltanto attuale e recente, è anche e soprattutto novità. Ogni merce, per essere venduta, deve presentarsi come nuova, a prescindere dal suo uso. Il nuovo assicura la diversità della merce, che però fa presto a diventare vecchia.
"La novità - scrive Benjamin - è una qualità indipendente dal valore d’uso della merce. È l’origine dell’apparenza che è inseparabile dalle immagini prodotte dall’inconscio collettivo. È la quintessenza della falsa coscienza, di cui la moda è l’agente infaticabile. Questa apparenza di novità si riflette, come uno specchio nell’altro, nell’apparenza del sempre uguale"
Ed ecco come una serata che avrebbe poi preso mosse piuttosto "ordinarie" si è trasformata in un'ennesima presa di distanza, in una riflessione allegorica sul presente, come se io lo pensassi "al di fuori", e quei banchi pieni di pacchetti natalizi si fanno oggetto indistinto di modernità già vecchia, in uno strano rincorrersi del tempo, mentre io - lento come un bradipo - passeggio ciondolandomi tra facce e stelle di natale, tra cappelli e sorrisi di circostanza.
E scatto un paio di foto....



P.S. La compagnia e la pizza comunque erano entrambe eccellenti.

venerdì 28 novembre 2008

I-photos (2)

Non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio è catturare quel minuto, parte della realtà.
(Henri Cartier Bresson... mica pizza e fichi!)


Foggy Avalon


Luci urbane



Running on empty



Teofania vespertina

martedì 25 novembre 2008

Dell'amore senile di un poeta...

In questi giorni è in Italia un grande autore tedesco, forse tra gli ultimi grandi insieme a Günter Grass: Martin Walser.
Ieri (24 Novembre) è stato ospite a Roma, alla Casa di Goethe in via del Corso (un consiglio ai romani: se non l'avete mai vista andateci, ne vale la pena!) a presentare l'ultima sua opera:
Ein Liebender Mann, un libro (il libro che ogni autore tedesco sogna di scrivere almeno una volta nella vita per "fare i conti" col Vate...) dedicato a Goethe.
Il libro io l'ho comprato in estate, in Germania, e l'ho letto con calma a casa. Attendo con curiosità anche il momento in cui sarà (se mai lo sarà) tradotto in italiano, per leggere anche pareri di lettori connazionali..
E' sempre difficile per un autore contemporaneo, per quanto bravo, noto, "classico" in un certo senso, affrontare lo scoglio Goethe; è difficile fare i conti con la propria tradizione, la lingua, con la storia che questo autore rappresenta per la cultura tedesca di tutte le epoche.
L'influenza di Goethe sulla letteratura tedesca è difficilmente comprensibile al di fuori della Germania: il rapporto con il grande Pagano è imprescindibile per ogni uomo di cutura che mastichi appena un po' il tedesco, e ben lontana da ogni rapporto che noi italiani possiamo avere con le nostre radici.
La cosa più vicina a questo rapporto di odio/amore da noi forse è il legame con Dante, o Manzoni, ma certo a livelli meno intensi (ecco che sto divagando, come spesso mi accade, tendo ad essere insopportabilmente prolisso quando parlo di letteratura... sorry..)
Comunque Martin Walser affronta, in forma di romanzo, un momento specifico della vita del poeta, una fase della sua evoluzione che già Thomas Mann (altro colosso) aveva a sua volta affrontato con Lotte in Weimar : la senilità del poeta ed il rifiuto della vecchiaia per l'amore.
Il vecchio Goethe, amante della vita, con lo spirito degli anni dello Sturm und Drang, alle soglie degli 80 anni rivive la passione (Leidenschaft, parola che riecheggia Leiden, così come Passio, dolore e passione sono parenti in latino..) per una fanciulla, e pensa persino di sposarla, alimentando lo scandalo del popolo benpensante e le voci circa una sua malattia mentale...

Eppure per Goethe, vecchio, ma pieno di vita, la fanciulla è l'eco di mille fanciulle, così come all'inizio la Lotte di Werther era la somma, anzi il riassunto (cito a memoria Samuele Bersani ed i suoi Giudizi Universali, tanto per far convivere alto e basso...) di mille facce e mille racconti d'amore, ed è quindi inutile cercarvi una sola donna "velata".



La storia è triste, eppure intrigante, l'eco di Mann, ma anche della Klassik che non vuole morire è forte. La ricerca del bello, dell'estetica in se' è - d'altronde - una delle poche molle che fanno scattare in alto il vecchio Goethe a Weimar, il genio che preferisce studiare pietre e colori, che si appassiona di geologia e sogna un'utopia aristocratica, alla faccia della Rivoluzione Francese, si distacca dal mondo (Entsagung) e sembra lontano milioni di anni dal fuoco di Strasburgo, o da Sessenheim.

Ma la fiamma cova (o, detta alla Neil Young, Rust never sleeps..) sotto la cenere, ed il volto della ragazzina lo fa ripiombare nella più profonda passione, e come un ventenne si muove con cautela tra gli spiragli del corteggiamento, deriso eppure ammirato dai borghesi che lo circondano, e che già ne stavano preparando la stele funeraria ove poter vergare le ultime parole del genio...

Ma Goethe li frega tutti, ancora una volta. Nel bene e nel male lui non fa mai ciò che uno si aspetta, e d'altronde il suo motto parla chiaro:

Das Ewigweibliche zieht uns hinan.... (L'eterno femmineo ci porta qui..)

lunedì 24 novembre 2008

I'm lovin' it !

Da Repubblica on line:

Dimentica cellulare da McDonald's: moglie nuda sul web
Si era soltanto dimenticato il cellulare da McDonald's; e tutto doveva concludersi qualche ora più tardi, una volta recuperato il telefonino. Peccato che quel cellulare contenesse le foto della moglie nuda. E così, quando quelle immagini sono finite sul web, una coppia statunitense ha deciso di far causa alla catena di fast food statunitense.

Philip Sherman era stato rassicurato dallo staff di McDonald's che il cellulare sarebbe stato spento e messo al sicuro in attesa che lui lo ricuperasse. E invece qualcuno ha passato al setaccio la memoria del telefono, l'indirizzario, i messaggi di testo, e poi ha messo on-line le foto di Tina, la moglie.

Non solo: insieme alle immagini quel dipendente poco rispettoso della privacy altrui ha aggiunto anche il logo di McDonald's, il suo slogan ('I'm lovin it') e un sottotitolo sulla signora Sherman, che la descriveva "calda come un caffè di McDonald's". E poichè, insieme alle foto c'erano nome, indirizzo e numero di telefono di Tina, i malcapitati protagonisti sono stati sommersi da una marea di lettere, telefonate e email che chiedevano appuntamenti o contatti con la signora. Tanto che sono stati costretti a cambiare casa.

Adesso gli Sherman sono passati al contrattacco: hanno fatto causa alla McDonald's chiedendo 3 milioni di dollari (quasi 2,4 milioni di euro) per lo stress emotivo, l'imbarazzo e le conseguenze negative sulla loro immagine. La coppia sostiene pure di aver avuto spese indesiderate e vuole indietro i soldi del trasloco.



P.S. forse però il tutto è solo una bufala (Hoax) ben organizzata.....

sabato 22 novembre 2008

Earl Grey – la Gran Bretagna a piccoli sorsi

Un piccolo diario di bordo -risalente a molti anni fa' ormai - che voglio pubblicare qui per salvarlo dall'oblio. Un manoscritto virtuale in una bottiglia elettronica lanciato nelle onde del web....


Earl Grey – la Gran Bretagna a piccoli sorsi

LONDRA: La capitale dell’impero, alter - Roma, centro di raccolta delle colonie indiane. Oggi sembra una Nuova Dehli in Europa, tra indiani con turbante e profumo di Kebab misto a uova fritte.
Londra è grigia e blu, di cielo sereno e pietre invecchiate all’ombra dello smog. Parchi inaspettatamente assolati ed erba umida di fronte al palazzo reale, passeggiate lungo i docks ed il Tamigi, verso la Torre, unico spicchio di medioevo reale in mezzo a tutte queste quinte teatrali, ma irrimediabilmente chiuso di fronte ai turisti stanchi dal lungo viaggio dalla terra dove fioriscono i limoni.
Il popolo inglese non conosce il tempo che si approssima alla sera: una città, un paese intero chiude irrimediabilmente alle cinque del pomeriggio; sembra quasi di muoversi all’interno della poesia di Garcia Lorca, in un mondo ai confini della morte.
Dopo solo i pubs, isole alcoliche al centro della Londra fumosa e sonnecchiante per la troppa birra ingurgitata dalla mattina.

Piccadilly Circus, la fontana con l’Eros illuminato, fonte di musica inattesa per la presenza di una cornamusa nei pressi dell’acqua, ecco quindi la prima presenza scozzese in piena Londra, il primo approccio con la voce delle sirene, prolungamento del nord nella capitale.
Trafalgar Square di notte è affascinante: uno spazio naturale per un teatro di strada fatto di funamboli su biciclette e pattinatori adolescenti che fanno impallidire gli adulti.
Ci si siede ai piedi del vecchio Nelson, con l’illusione di aver conquistato una fetta di mondo, spaziando verso le altre figure sul selciato, piccole e distante, isolani da indottrinare con la nostra cultura classica sfiorita. Le luci degli autobus (Roadmaster, o double decker, il diavolo è nei dettagli..) e delle macchine lungo il Pall Mall sono già cartolina.

Carnaby Street è ancora un museo a cielo aperto degli anni ‘60 e ‘70, con negozi e locali falsi come una moneta da 3 Euro, però divertente, anche grazie ad improvvisi murales dietro edifici apparentemente austeri, ricorda un po’ Temple Bar a Dublino, e forse ne è stereotipo.

221B di Baker Street, e siamo di nuovo nel bel mezzo delle pagine di un racconto, anzi di tante storie parallele, con un unico eroe. Sherlock Holmes è l’unico personaggio creato dalla penna di un autore che gode di maggior fama dell’autore stesso.
Qui è la sua casa, i mobili, la pipa, il cappello inconfondibile è poggiato accanto ad un portacenere uguale a quello che è a casa mia, un pezzo della leggenda quindi l’ho inconsapevolmente adottato.
Scale ripide e stanze di velluto rosso: “Uno studio in rosso “ trova la sua geografia tra queste mura, stracolme di cimeli falsi, tutto è irreale, inventato dal Sir Conan Doyle, eppure, proprio qui, sotto questa luce artificiale, appare più reale del mondo storico del suo autore, un piccolo Watson bibliofilo.

Di nuovo una macchina inglese, ancora sulle strade a sinistra, contro il resto del mondo,

NOTTINGHAM: la foresta di Sherwood.

Il mondo di ieri, la leggenda ci guarda e ci accoglie al “The Tales of Robin Hood “ con facce di cera, e di bronzo; un baraccone turistico per ingannarci ed alimentare il mito, e noi ci lasciamo trasportare dal kitsch più becero, e da bravi turisti saliamo sulla giostra per attraversare una foresta di Sherwood reinventata per gli americani.
Tra tiri all’arco, berlina con foto e puzza interattiva, compiamo un viaggio indietro nei libri a fumetti dell’infanzia, e Robin è duro a scovarsi, da buon fuorilegge...

Uniche pietre degne del passato in questa città reinventata per i turisti sono addossate alle mura normanne ( o a ciò che ne resta ), ed appartengono ad una Taverna alto medievale : The old trip to Jerusalem Inn .
Una taverna, così come un Pub, da queste parti può entrare nella storia, qui è già leggenda, uno scenario reale per le bevute degli old Yeomen dell’Inghilterra sassone e normanna, un rifugio fresco ed alcolico per l’uomo col cappuccio ed i suoi compari. La schiuma della birra scura traspira di secoli passati seduti su questi tavoli di legno massiccio, a parlare dello sceriffo e del perfido Giovanni, l’ombra delle travi intagliate è lo specchio opaco di una leggenda mai stata storia, che però si fa storia proprio qui.

SHERWOOD FOREST: Il cuore verde di una foresta tra le tante che punteggiano il paesaggio, come chiazze sulle colline altrimenti senza vegetazione, tutte queste micro foreste ora si danno battaglia per essere riconosciute come unica foresta del mito.
Viali squadrati ed ordinati, che lasciano poco spazio all’immagine del selvaggio dedalo di viottoli usati per gli agguati allo sceriffo, oggi tutto è preordinato, si cammina come sui binari di terra, attenti a non deragliare e a seguire le frecce che inevitabilmente conducono verso la vecchia quercia ( the old Oak ).
Albero che ha visto più di 700 primavere, ed altrettanti inverni, a giudicare dall’aspetto, pianta forse attigua a quella precedente, dove Robin amava dormire con la sua Marion, guardato a vista dagli amici.
Questo testimone arboreo del passato oggi sembra un vecchio eroe di guerra, a stento in piedi grazie a tante grucce che lo sorreggono, monumento di legno che ospita ormai più termiti che uccelli. Stanco di lasciarsi osservare, di essere additato per alti scopi turistici, desideroso forse di accasciarsi anch’esso, farsi tavolo o sgabello.

YORK: l’antico centro politico del regno inglese, al centro di terre sassoni e normanne.
Porte medievali e mura civiche che, come amorevoli braccia, si tendono a racchiudere l’intera città. Muraglia cinese, presaga di Adriano, o forse sua indiretta emanazione, mimesi di un accerchiamento, protezione e sacro isolamento di una città fiera ed antica.
Eco di spade e navi vichinghe, Jorvik traspare tra le pieghe di altre città, tra mura e strade sovrapposte.
Selciato irregolare, antiche viuzze che albergano decine di vetrine e di fantasmi, almeno a sentire le guide locale che cercano di trascinarci nel Ghost Tour, tra teste mozzate e spiriti di nobiluomini.
L’accento di queste parti è molto musicale, la lingua inglese sfuma verso una costruzione quasi ritmica, il nord resta quindi sorgente di bardi e tradizioni orali, anche in questi piccoli affabulatori per turisti.
The Shambles è un crocevia di piccole strade piene di fascino, e di gente. Case medievali dai tetti spioventi e minacciosi sembrano tuffarsi improvvisamente verso le pietre romane del selciato.
Artigianato e mercati di frutta, con strane verdure dall’aria sassone che si affacciano dai banconi degli ambulanti, vocianti qui come altrove, come a Napoli, o a Roma, ad esaltare i propri prodotti dall’aria poco invitante a dire il vero.

La frutta resta pallida come la gente locale, memore di incroci vichinghi forse.
Lo sguardo già si proietta verso la Cattedrale, inevitabilmente, la sirena di pietra che può persino fare a meno di cantare le sue lodi, intuibili già da lontano: sfarzosa dama medievale, sobria e distante dagli affanni moderni. Il colosso di pietra appare inatteso, al confluire di stradine quasi claustrofobiche, come foglie di tiglio che improvvisamente danno lo spazio a questa struttura, apparizione onirica, partorita dai libri di storia.
Luce gotica all’interno, tutto esalta la presenza di un esule in terra d’Albione, in attesa dei pellegrini pronti a pagare la sua opera di pietra.
York ha tante porte che pazientemente accolgono uomini e macchine, in altri tempi però si chiusero, ermetiche e guardinghe come le cosce di una vergine, passaggi obbligati di dogane e balzelli.
Città di strettoie comunque, percorsi obbligati, e di case cadenti, di legno che si piega sotto la pietra grigia, immobile.

DURHAM: i confini storici dell’impero a nord, città di frontiera, a contatto con i Pitti e gli Highlanders scozzesi.
Il fiume divide qui, come altrove ad Albione, città da città. Ponte come metafora di passaggio epocale oltre che geografico, punto di osservazione verso le diverse epoche della città.
Piccola città universitaria fiera del proprio passato, prostituta che vende oggi le sue leggende accademiche e marmoree ai turisti di passaggio, estrema mercificazione della cultura.
Una ragazza dai capelli rossi accompagna i turisti nelle stanze di mura antiche, di un palazzo già castello medievale, oggi centro di lettere e letture, ci si muove tra foto e cimeli di un’epoca ormai lontana, tra grida giovanili, odori e colori fattisi polvere e cenere, Carpe Diem !

Dopo Durham si iniziano a vedere cartelli stradali con l’indicazione di una nazione scomparsa, di un confine geografico ed ideale, sensazione di sconfinamento, nella geografia e nel mito, appagamento di un sogno di gioventù, tardivamente conquistato.
Il cartello che ci indica Scotland si affaccia verso il mare, dove lo sguardo si sazia, ed il verde acceso va a schiantarsi contro le scogliere.

EDIMBURGO: Capitale del regno di Scozia, città di uniformi militari e perenne esposizione di bandiere, a sottolineare un marcato nazionalismo mai placato.
Nazione fiera ed indipendente, malgrado tutto, racchiusa dal grigio carbone dei suoi palazzi e dei castelli, appendice ai toni scuri dei tetti, e contrappunto al cielo blu che però si sta facendo grigio, a queste latitudini.
Il castello e la residenza di Holyrood svettano dall’alto della collina, sul resto di una città frenetica, nel bel mezzo di un festival di musica e teatro, di opera e saltimbanchi sulle piazze, folli e tenori.
Poi le cornamuse, finalmente: ecco la voce delle sirene, ecco la loro isola e la loro musica che ci accoglie amorevolmente, oltre quel mare che ne preannunciava la presenza.
Musica continua, ipnotica, che illude circa il numero degli strumenti, si attende un’intera banda militare ed invece ci si trova di fronte ad un unico piper sul Royal Mile, e si fa complesso, ora come più tardi in questa Scozia spettrale.
Città geometrica, incasellata tra strade gemelle in basso, aspetto vittoriano e modernità di negozi e vetrine vanno a braccetto, mentre la collina antica di storia e bellezze dall’alto osserva le frenesie borghesi.



Il vecchio maniero scozzese è proprio in fondo al Royal Mile, ben visibile, protetto da giovani guardie della regina in kilt, essi stessi involontariamente attrazione turistica, segnati dal flash dei giapponesi in visita.
Stanze regali, covi di assassini e traditori inglesi, sale di armi e gioielli della corona, un’altra corona nazionale, opposta a Londra in tutta la sua fiera indipendenza.
Qui più che mai sembra difficile rinunciare ad una nazionalità soppressa: uniformi e tartan come se piovesse, armi e battaglioni, nomi di generali ed eroismi di patria si affacciano dalle vetrine dell’esposizione permanente, ad eterno monito del passato.
McLaud, McIntire, nomi che suonano come una cornamusa nell’inconscio turistico e filmico lungo il Mile, insegne di Pubs e negozi, in una strada brulicante di romani, nemmeno fosse via del Corso .
Il profumo di Haggis e birra scura punteggia la passeggiata, bagnata da una pioggerellina fine ed incessante ( la celebre doccia ? ) mentre si va a corte, al castello grigio di storia e di smog.

Edimburgo vista dall’alto sembra un modellino geometrico, come dall’alto della torre di Walter Scott; dal cielo si riacquista un senso della misura perduto in mezzo alla folla, ma la musica arriva inaspettatamente anche a queste altezze, è difficile sfuggire alle sirene...
Al di sopra di Holyrood ( una Versailles più timida, in miniatura ) ci attende una piccola Atene abortita, il tutto però proprio al termine di un percorso punteggiato da migliaia di scale che mettono a dura prova le nostre caviglie.
Un Partenone incompiuto, monumento alla follia umana, alla grandeur di una nazione mancata, defraudata della propria indipendenza e dei soldi necessari a completare l’opera. L’effetto è quello di un tempio greco in terra di Albione, però già rovina, prima del suo completamento.

PERTH: si attraversano varchi e ponti che scompaiono e poi riappaiono dall’acqua, come in una giostra Disneyana, come assassini navigati tagliamo gole verdi dove scorrono fiumi di acqua gelida, figli dei ghiacciai che scompaiono anch’essi per una magia più naturale.
Un’acqua che, supponiamo, si trasformerà immancabilmente in whisky scozzese, dentro bottiglie opache che poco lasciano trasparire del liquido di vita che gelosamente contengono.
Perth ha conservato ben poco dell’antica nobiltà di seconda capitale scozzese, rivale ad Edimburgo nei secoli d’oro; centri commerciali, zone pedonali ed un altro fiume che attraversa la città ci danno modo di sostare di nuovo in un Pub, nel consueto pellegrinaggio, questa volta alla affannosa ricerca di un cappuccino, mai agognato così a lungo.
Il luogo resta quindi solo un’ennesima tappa verso il nord, verso i Lochs che ci attendono lungo strade provinciali sempre più verdi e pericolosamente più strette.

LOCH NESS: i piedi a bagno nel mito più resistente delle terre dei Pitti. Uno specchio di acqua trasparente incastonato tra monti e radi alberi, rocce che si fanno sassi e ciottoli da tirare nel lago, col rischio che nell’acqua di Nessie cadano anche orologi ( tributo involontario al re del lago, forse..).
Onde e riflessi ingannatori ci illudono e lasciano immaginare Nessie, come al centro turistico dedicato al mostro, luogo di foto e documentazione scientifica che lasciano però ancora molti dubbi, e la volontà di essere scientifici si lascia contagiare dal mito.

Lungo l’interminabile Loch Ness, si può sostare ad Urquaith, rudere di castello che resta miraggio, immagine da cartolina che non si vuole disvelare, chiuso alla curiosità legittima dei turisti pomeridiani, distante come una bella donna che si fa a stento ammirare.


Loch ness diventa Loch long, ma l’acqua è la stessa, e gli alberi ricompaiono più fitti verso sud, viaggiamo al termine del lago, con sosta a

FORTH WILLIAM: ultimo baluardo a difesa del lago. Città portuale che vigila sulle sponde del Ness, ovvero del Long.
Una città bianca, si snoda in una lunga area pedonale cosparsa di Pubs e friggitorie, molte vetrine di lane e maglioni in bella mostra.
L’ Edinburgh Wollen Mill su tutto e tutti: un mulino di lana sulle sponde del lago: “ Those are pearls that were his eyes”, perline di acqua gelida trasportate dal vento si propagano nell’aria notturna, quasi autunnale.
In un Pub affacciato sul lago si parla gaelico: voci del passato che incorniciano volti di veri Highlanders, e dopo tutto le Highlands sono da queste parti.
Speroni di roccia a strapiombo su ruscelli di acqua fredda, buona da bere sul luogo, paesaggi lunari che ci spingono a risalire colline e scendere i dirupi, quasi a voler emulare le grida di battaglia dei clan scozzesi.

LOCH LOMOND: è alle spalle di Glasgow, e dietro una melodia nota, canzone che si materializza dalle cornamuse dietro una serie di curve a gomito sulla strada che lo costeggia a lungo senza però lasciarci molti approdi, la musica si fa improvvisamente acqua e terra.
Tutto sembra immobile, qui non ci sono mostri da scorgere, nessuna oscura leggenda, solo una bellezza sfacciata, un paesaggio esageratamente godibile.
Viene in mente Byron: “ she walks in beauty, like the night..” e volti femminili si affacciano alla memoria, si sovrappongono alla geografia reale ed altre bellezze vanno a gareggiare nella mente seduta al nord.
Abbiamo preso la strada più bassa anche noi, e siamo giunti in Scozia prima del nostro amore, sulle sponde del Loch Lomond, stiamo qui ad aspettarlo.

CARLISLE. Alla ricerca del Vallo, sulle orme di Adriano in un paese di confine.
Stradine terrose, vicoli ed incroci al tramonto, nemmeno uno straccio di indicazione turistica, ci muoviamo come esploratori verso una fortezza invisibile.
Case di pietra, mattoni che sono già il vallo, mura di giardini privati che fanno parte del più grande muro d’Europa.
Un ennesima curva a destra e finalmente la prima traccia visibile del Vallo di Adriano è sotto gli occhi prima che tramonti il sole: un muricciolo instabile ed un rudere di fortilizio è ora tutto ciò che resta della struttura di difesa più resistente del continente, il limes a nord dell’impero è dunque tutto qui.
Resta però il fascino intatto di queste pietre irregolari, grigie ed ocra, sassi ricolmi di storia, di Roma che in parte ci trasmettono una sensazione di casa, quasi fossimo ai fori imperiali, o al muro torto.
Carlisle è dominata da una rocca normanna che vigila aldilà delle sue mura ocra, oltre il solito ponte che divide in due la città moderna da quella medievale.
L’aspetto è di città simil-balneare tra portici e centri commerciali, non fosse per le porte d’ingresso al centro e le tracce di una dogana medievale.
I fast-foods equiparano questa città almeno gastronomicamente al resto dell’Inghilterra; qui si mangia come a Londra o ad Edimburgo, polpette di carne e milk shakes, oltre la birra rituale chiaramente...

THE LAKE DISTRICT: inseguendo la mia musa poetica, si giunge alla terra del Romanticismo per eccellenza, Wordsworth aleggia ancora a Windemere e sopra Kendal.
Strade verdi di collina che improvvisamente strapiombano nella pianura, verso i tanti laghi che punteggiano questo paesaggio di un verde smeraldo inatteso, come pause di relax per gli occhi onnivori dei turisti mai sazi.
La tomba del poeta è al centro di altre pietre, di altri sepolcri familiari, ad unire la famiglia nella morte. Troppo facile è il richiamo ad urne greche e morte per acqua, e così anche Keats e Coleridge si affiancano al ricordo del poeta in questi luoghi umidi di poesia, e di rugiada.

CHESTER: Castrum, di nuovo memorie imperiali, qui Roma ha lasciato addirittura il nome latino.
Una cerchia di mura e porte che ancora caratterizzano la geografia di questa città oggi universitaria.
Cariatidi di legno si affacciano, anch’esse minacciose, dalle vetrine dei negozi incorniciati dal legno. Il mondo di Chester si riappacifica in un tramonto sanguigno vissuto e goduto a lungo dall’alto delle mura civiche, un po’ come a York, qui però si scende improvvisamente verso il fiume e sotto i resti di un teatro ed un foro romano.

STRATFORD UPON AVON: la strada verso il sud si ammorbidisce, le montagne scozzesi sono alle nostre spalle da lungi ormai, alla radio le cornamuse risuonano nel ricordo di questa gita.
Si arriva finalmente all’Avon, l’Acheronte della cultura, medium di mondi reali ed ideali, nome che riecheggia da libri e memorie scolastiche mai sopite.
Case, vie, nomi di botteghe e di negozi moderni che si richiamano a pagine di alta poesia, e ci raccontano di Anne Hathaway, di Lear e di Amleto. Persone o personaggi ? Vite reali o pura fiction ? Le case dai tetti di paglia sembrano averli ospitati, molto tempo fa’, in questi cortili, tra fiori e piante umide della pioggerellina incessante in questa giornata.
Pubs e locande antiche, di legno scuro e forte come la birra locale, bevuta all’ombra delle candele e di altra gente che pranza alle ore più inusuali.
Sulla strada che costeggia l’Avon la memoria letteraria si nutre con avidità del teatro, la scuola e la sua chiesa, e la tomba.


Ecco il termine del mio personale pellegrinaggio alla mecca: l’oriente, Giulietta è il sole e tutto nasce e muore qui, in una cappella di marmo e legno.
L’ingresso è a pagamento per la folla dei pellegrini, un tempio ha bisogno di protezione, e la vecchia signora che attende i miei soldi forse è Caronte, ecco allora che l’Avon si può a buon titolo chiamare casa dello spirito.
La casa natale del poeta si concretizza metaforicamente dietro un giardino battuto dalla pioggia: letto, cucina, salone, tutto traspira della quotidianità del mito, del personaggio che si cela dietro il nome, spesso identificato con altri scrittori, quasi negandogli dignità di vita propria. Invece ecco qui, sotto gli occhi, le tracce di una vita vissuta, ed ora visitata da orde di turisti accalcati dietro le bacheche, Re Magi venuti da oltre il mare ad omaggiare il figlio del genio, prediletto dalle Muse.
Firmo il libro delle presenze e la mano trema scorgendo altri libri, altre firme apportate nel passato ad eterna memoria del passaggio nella casa: Mark Twain e Melville tra gli altri hanno scarabocchiato le loro firme, trasformando quei monogrammi in tracce letterarie.
La penna trema a confronto della letteratura.

OXFORD: alma mater universitaria, aria di libri pesanti per studio ed esami, sembra di muoversi all’interno di un film di Attenborough.
I ragazzi vanno in bici con maglione al collo e quaderni sotto il braccio, in un’atmosfera rarefatta della Domenica mattina; si vaga per le strade fresche cartina alla mano, alla ricerca dei Colleges più famosi, i cui portoni restano però chiusi ai turisti, a proteggere la cultura dal barbaro oltre manica.
Christ Church College svetta per la sua aura di storia e cultura, accanto a torri vere e costruzioni scenografiche, falso gotico che ritorna nei pressi di Londra, espressione del desiderio di attorniarsi di un passato remoto ad accrescere la propria gloria.

Attendiamo che il professor Keating appaia da un portone semichiuso, a parlarci dei poeti estinti invitandoci a giocare a calcio proferendo poesie romantiche, invano...
Oxford è uno scenario, incontro di luci ed ombre studentesche, serie di nomi e citazioni che si inseguono e trasfigurano tra le pietre grigie dei palazzi nobili, nel silenzio delle pietre.
English style after all.

venerdì 21 novembre 2008

Nobody loves me... :-(


...eppure quest'uomo è ancora pieno d'amore, e lo raccoglie tutto qui! per Noi!

Dal Corriere della Sera: Nessuno stringe la mano a Bush !!
Vae Victis....

lunedì 17 novembre 2008

La situazione è grave, ma non seria...

La battuta l'ho ascoltata oggi in radio, tornando a casa da una lunga riunione a scuola, ed è di Ennio Flaiano, un Genio, nella migliore accezione del termine.






Un autore abruzzese (corregionale quindi di Maria Rita) che trovò a Roma la sua Eldorado. Scrittore sagace, intelligente, sceneggiatore eccelso, amico di Fellini (per cui scrisse La dolce Vita, tanto per capire) ed occhio spietato sulla realtà del boom degli anni '60.



Il suo Diario Notturno è il classico libro da comodino, quello che tengo (nell'edizione Adelphi) sempre vicino, pronto per i momenti di crisi.
Il racconto Un marziano a Roma è una perla di ironia e rappresenta al meglio la natura un po' fatalista dei Romani, e degli italiani in genere, che non si scandalizzano, nè si spaventano più di tanto per un atterraggio di una navicella al Colosseo, e che - dopo i primi momenti di panico - si abituano persino ai marziani..

I suoi Aforismi sono stati saccheggiati da decenni di satira, eppure restano ancora attuali. Addirittura - direi - oggi più che mai.



E Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di ironia per tirare avanti !


Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore.

L' inferno che l'italiano si ostina a immaginare come un luogo dove, bene o male, si sta con le donne nude e dove con i diavoli ci si mette d'accordo.

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.

Coraggio, il meglio è passato.

In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.

Io non sono comunista perché non me lo posso permettere.

In amore bisogna essere senza scrupoli, non rispettare nessuno. All'occorrenza essere capaci di andare a letto con la propria moglie.

Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà

Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura.

Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso.

L'Inferno di Dante è pieno di italiani che rompono i coglioni agli altri. Essere pessimisti circa le cose del mondo e la vita in generale è un pleonasmo, ossia anticipare quello che accadrà.

Ho poche idee, ma confuse.

sabato 15 novembre 2008

Overkill

Tra le mie (in)sane passioni c'è da anni ormai una serie TV "cult": Scrubs.

La seguo sin dalla prima ora, cioè dal 2001, ed ogni puntata è una picola oasi di humor e sentimenti; certo, seguo anche ER, ne sono un fan affezionato, ma soffro per empatia in ogni puntata degli stessi dolori dei pazienti, e questo non giova molto a chi (come me) ha una leggera tendenza all'ipocondria....

Con Scrubs invece è facile identificarsi, patire ma anche ridere ed ogni tanto si pesca anche una perla inattesa nel mare di battute.

I Men at Work sono uno dei gruppi più interessanti venuti dall'Australia e negli anni '80 spopolavano anche da noi con pezzi ormai celebri e più volte "clonati". A me piaceva soprattutto un pezzo: Overkill, con un testo molto interessante ed una melodia azzeccata, che nella versione acustica risulta - se possibile - ancora più affascinante.

Il termine Overkill in inglese può essere tradotto (anche) con esagerazione, eccesso (ad esempio nella frase "an overkill of TV coverage " nel senso di un eccesso di copertura televisiva) e nel testo la parola ha a che fare con le paure quotidiane, con i nostri fantasmi personali che tornano anche di notte, e che non ci fanno dormire sonni sereni:

I cant get to sleep / I think about the implications / Of diving in too deep / And possibly the complications / Especially at night / I worry over situations / I know will be alright / Perahaps its just my imagination / Day after day it reappears / Night after night my heartbeat, shows the fear / Ghosts appear and fade away...

Bene, la domanda sorge spontanea: che c'azzeccano i Men at Work con Scrubs? Ecco la risposta, in un video che mostra - appunto - Colin Hay, la voce leader, nei panni di un invadente cantante che sottolinea una giornata stressante, fatta di alti (pochi) e bassi (molti) all'interno dell'ospedale di Scrubs, con molta autoironia ed un certo "straniamento" Brechtiano che - spero - apprezzerete:

video

venerdì 14 novembre 2008

Der Entsagende - il rinunciante

Questo post in effetti avrebbe voluto/dovuto essere solo una piccola postilla dentro il post precedente...poi la mano ha preso il sopravvento.

Come ha ben compreso il Rockpoeta nel suo commento, la mia ricerca "esaperata" del bello, della calma, della perfezione, almeno poetica, è una sorta di personale risposta all'inspopportabile olezzo di spazzatura che ultimamente aleggia in Italia, da Genova a Napoli, dalle Alpi alle piramidi insomma...

Amo Pavese, amo la poesia, e temo che sarebbe inutile sprecare tempo e parole per aggiungere la mia piccola voce al coro di "vibrante protesta" che - malgrado i nostri sforzi - sembra rimbalzare contro questo terribile, buffo, muro di gomma che ci governa...

Mi rendo ben conto che possa sembrare scontato, forse addirittura vile, fuggire "...gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna..:" invece di "..prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli..".
Ma io di Amleto amo soprattutto l'insicurezza, il dubbio, la poesia che interroga, e non l'invettiva che si autodistrugge.

I giorni che stiamo vivendo nel nostro ex belpaese reclamano sicuramente risposte più veementi, posizioni meno sfumate, atteggiamenti che una volta avrebbero avuto dignità di chiamarsi (ho persino pudore a pronunciare la parola) rivoluzione..

A tal proposito i dubbi mi assolgono, e comincio a pensare seriamente se non sia meglio seguire il mainstream, fare la faccia felice e godere della lobotomia fininvestiana come tanti felici cittadini di 1984.....
Mi tornano addirittura in mente i versi dell' avvelenata, del primo Guccini (e chi la ricorda più? anch'essa demodè, come l'eskimo e le discussioni morettiane..):

Ma se io avessi previsto tutto questo, (dati cause e pretesto) le attuali conclusioni,
credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni
va be', lo ammetto che mi son sbagliato, e accetto i crucifige e così sia
chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia
il primo che ha studiato.

Sono stanco, sfiduciato e nauseato dal grigio della quotidianità, ed allora - visto che poeta non sono - leggo e cerco la poesia, cerco i colori sfumati del mio autunno e dei miei cieli, cerco la complicità incondizionata dei miei gatti, la bellezza di un verso di Pavese e del volto seminascosto di Marylin.
Fuggo dalla battaglia.
Lo ammetto. Me ne vergogno un po', ma non ne posso veramente più.

Anche Wilhelm Meister, al termine del suo apprendistato d'altronde cercò rifugio nell'assenza, nel disimpegno dalla politica e dal quotidiano per diventare "Entsagender", il rinunciante.

Ecco: questo vorrei fare. Magari solo per un po', allontanarmi dalla quotidianità facendo finta che i vari ..ini, ...oni.. ossi ecc non esistano, che il nostro futuro precario sia stabilizzato, che i nuovi italiani che incontro in giro abbiano tutti il volto bello e le mani tremanti (dall'emozione) di Stefano Okaka, e non il ghigno luciferino di La Russa che plaude al mattatoio di Genova..

Certamente continuerò ad arrabbiarmi, a seguire il quotidiano balletto delle cifre di partecipanti in piazza, mi incazzerò accendendo la TV, leggerò e commenterò - come sempre, se mi vorrete - i post intelligenti, democratici, illuminati che molti miei nuovi amici bloggers scrivono, e che sembrano - oggi più che mai - l'ultima Thule della resistenza umana...

Ma forse continuerò a parlare d'arte e letteratura, a fare citazioni (la cosa che mi viene meglio, visto il mio cipiglio da "maestrino") proponendo, ogni tanto, qualche nuova voce o qualche foto. Ma niente più.
Vorrei un po' di calma. Un po' di normalità, una parola che oggi più che mai risuona come eretica utopia.

giovedì 13 novembre 2008

The Night you slept

The night you slept

Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange muta,
dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia ‒
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t'implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.

La notte soffre e anela l'alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c'è chi come te attende l'alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l'alba.
4 aprile '50
Cesare Pavese

martedì 11 novembre 2008

Sky's the limit

Ultimamente sono diventato un po' pericoloso in auto....
Oddio, non che sia stato uno Schumacher, questo mai!
Diciamo che per me l'auto è un mezzo utile di trasporto, che per i miei strani spostamenti provinciali è sempre meglio di un Bus, ma non sono (mai stato) il tipo che resta affascinato dalle belle auto (preferiso di gran lunga le donne) e che si appassiona alle corse, nè perde ore a parlare di motori...
In caso di panne vado in crisi, se provo ad aprire il cofano c'è il rischio che apra il portabagagli insomma... non sono proprio un affascinante easy rider.
Sono corretto nel traffico e piuttosto guardingo. Conosco i miei limiti. Raramente mi distraggo, eppure...
....epppure recentemente c'è un problema, anzi due: il cielo di novemebre ed i pixel della fotocamera inclusa nell'Iphone.
Le foto sì, quelle le amo da sempre, e quindi capita che - di tanto in tanto - mi fermi all'improvviso lungo strade di campagna, magari sterrate, o in curva, scendo dall'auto al volo e scatto. Clic!
Le altre auto solitamente strombazzano ed i padroni inveiscono.. io risalgo in auto, con airia contrita e colpevole, e fingo un problema meccanico (che prego Iddio di non avere..).
Però non ci posso fare nulla: amo questo cielo autunnale. Forse un giorno finirò schiacciato da un Tir e la penultima foto che troveranno nel telefono sarà uno splendido cielo novembrino, l'ultima, chiaramente, sarà l'immagine di un sorriso ebete del fotografo investito....















domenica 9 novembre 2008

Novemberland

Strano come a volte la storia scherzi dei giochi all'uomo...come se il tempo si facesse beffe della realtà e torni a riavvolgersi, proponendo date e numeri simili in epoche diverse.

Novembre - non saprei spiegare bene il perchè - è un mese molto tedesco, nell'aria e nel tempo, un mese che associo a questa mia amata/odiata nazione ed al popolo teutonico..

Soprattutto il 9 Novembre in Germania è legato a doppio filo alla storia del '900, con tutte le sue facce, ed i suoi colori.

Esattamente 70 anni fa' infatti uno dei momenti più bui d'Europa conicise con questa data: nel 1938 la Kristallnacht è la data tristemente legata all'inizio (o alla sua parte più visibile, propagandistica) della persecuzione ebraica in Germania.

Il termine cristallo, normalmente associato a qualcosa di positivo, magico e prezioso (Swarowsky, i lampadari, i diamanti..) in questo caso ha un suolo lugubre, minaccioso: il suono delle vetrine dei negozi ebraici rotte a colpi di manganello, e l'inizio dei pogron...

Quasi 60 anni dopo, nel 1989 un nuovo 9 novembre: la notte in cui il muro di Berlino divenne trasparente, di cristallo anch'esso, quando improvvisamente la gente passò aldilà, in una sorta di trance collettiva che ancora oggi è difficile oggettivare.

Oggi cerco di spiegare ai miei alunni, o ai più giovani, il perchè di tante parole, di tanta enfasi, dell'entusiamo di quel hic et nunc, e trovo molte difficoltà: ai loro occhi (di nati dopo il 1989) la cosa ha assunto una dimensione a-storica, ovvero lontanissima nel tempo, forse paragonabile alla prima guerra mondiale, o all'800...

E' difficile convincerli che, in fondo, era solo ieri, che noi eravamo lì, che il sottoscritto fu chiamato a casa da amici a Berlino in lacrime, e che rimase quasi sotto shock per un paio di giorni, prima di decidere di andare, incredulo di fronte alla storia che passava dallo schermo della Rai (Lilli Gruber era lì, chi lo ricorda?).

Poi accade che in gita io li porti lì, e la memoria si fa visibile, ed allora tutto è più reale.

Per chi non li avesse vissuti (ed anche per noi vechietti che c'eravamo, a me poi ha cambiato letteralemente la vita...) ecco un piccolo contributo video:


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sabato 8 novembre 2008

Gattoritratto

A volte i miei amici pelosi, la mia famiglia con le vibrisse, mi fa proprio ridere.....
Da quando giro per casa armato di Iphone con fotocamera annessa poi, si sono incuriositi anche loro, e spesso cercano di vedere "oltre l'obiettivo".
Qualcuno esagera....





P.S. Poco c'entra col post, oddio, beh in una certa misura....visto che tutti i miei miciotti da sempre sono degli spledidi esemplari di mesh up felino, trovatelli e dal lignaggio incerto.
Beh, insomma: Obama ha dichiarato che il Puppy (Cucciolo) promesso alle bimbe (vedi finale del post precedente) sarà scelto al canile pubblico, figlio di tante razze pure lui.
Non so' se l'avevate capito, ma a me st'omo piace sempre di più!

giovedì 6 novembre 2008

E pluribus unum


Da anni sono un devoto lettore (nonchè orgogliosamente ex studente) di Alessandro Portelli, indimenticabile professore di letteratura anglo americana a Roma (lui è ancora lì, io non più...), saggista, scrittore, e tra i massimi esperti di cultura orale USA (ma anche italiana..) nel mondo.


Lo leggo nei suoi - rari purtroppo - articoli del Manifesto (lo compricchio ogni tanto...lo ammetto..), nel suo bel blog (anche lui della grande famigghia blogspot) e nei suoi libri: dopo tanti anni dalla pubblicazione Taccuini Americani è ancora oggi tra i miei libri preferiti.


Tra le mie varie abitudini mattutine c'è anche l'ascolto, in auto, della rassegna stampa di Radio3, un appuntamento fisso a cui non so rinunciare mentre vado al lavoro, così risparmio pure sull'acquisto di qualche quotidiano, o magari mi viene voglia di comprarne uno.

Beh, stamattina veniva citato proprio un suo articolo sull'esito delle elzioni USA (ora nel blog sopra citato), insieme a tanti altri; sagace ed intelligente come sempre.


La fine dell'articolo faceva riferimento ad una "nota a margine" di queste elezioni, una breve riflessione che mi è piaciuta e che ripropongo qui pari pari:


"...Intanto, quello che mi commuove e mi entusiasma oggi non è solo il pensiero di Barak Obama “a cena” alla Casa Bianca. E’ il pensiero di quelle due bambine nere – piccole abbastanza da ricordarci che la differenza di Obama è anche generazionale – che per parte di madre la storia d’America ce l’hanno tutta addosso, che giocheranno in quelle stanze e correranno in quei giardini dove i loro antenati materni potevano entrare solo come schiavi o come domestici..."


P.S. tra gli altri articoli commentati, qualcuno ricordava anche che quando il presidente Theodor Roosvelt invitò per primo Booker Tm Washington, un uomo di colore, nello studio ovale, era il 16 ottobre 1901, e questo - difensore delle cause dei neri contro il segregazionismo, notò la curiosa scritta dietro la scrivania: E pluribus unum, ovvero la vera essenza degli Stati Uniti: che dalla diversità nasca una cosa unica.


Speriamo bene.

mercoledì 5 novembre 2008

Alfa e Omega.



Let freedom ring. And when this happens, and when we allow freedom ring - when we let it ring from every village and every hamlet, from every state and every city, we will be able to speed up that day when all of God's children - black men and white men, Jews and Gentiles, Protestants and Catholics - will be able to join hands and sing in the words of the old Negro spiritual: "Free at last! Free at last! Thank God Almighty, we are free at last!"

martedì 4 novembre 2008

Intanto esorcizziamo la cosa.....

...e speriamo che non succeda ciò che capita qui al povero Homer...


video

lunedì 3 novembre 2008

Punti di vista

Ok. Lo ammetto. Questo post è un furto legalizzato, più o meno... ma la tentazione era troppo grande...
Leggendo La Repubblica on line oggi ho scovato un servizio che presenta le foto più strane e buffe tratte da un blog (della grande famigghia blogspot, pensate!) che ho subito visitato e trovato semplicemente Geniale!

Il sito si chiama damn cool pics e QUI è il link. HO deciso di metterlo anche tra i blog/pagine d'interesse chiaramente...è troppo carino.



Beh, bando alle ciance (o ciancio alle bande? non l'ho mai capito...) ecco una piccola selezione delle foto in questione, rigorosmante senza commenti: