Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

sabato 22 novembre 2008

Earl Grey – la Gran Bretagna a piccoli sorsi

Un piccolo diario di bordo -risalente a molti anni fa' ormai - che voglio pubblicare qui per salvarlo dall'oblio. Un manoscritto virtuale in una bottiglia elettronica lanciato nelle onde del web....


Earl Grey – la Gran Bretagna a piccoli sorsi

LONDRA: La capitale dell’impero, alter - Roma, centro di raccolta delle colonie indiane. Oggi sembra una Nuova Dehli in Europa, tra indiani con turbante e profumo di Kebab misto a uova fritte.
Londra è grigia e blu, di cielo sereno e pietre invecchiate all’ombra dello smog. Parchi inaspettatamente assolati ed erba umida di fronte al palazzo reale, passeggiate lungo i docks ed il Tamigi, verso la Torre, unico spicchio di medioevo reale in mezzo a tutte queste quinte teatrali, ma irrimediabilmente chiuso di fronte ai turisti stanchi dal lungo viaggio dalla terra dove fioriscono i limoni.
Il popolo inglese non conosce il tempo che si approssima alla sera: una città, un paese intero chiude irrimediabilmente alle cinque del pomeriggio; sembra quasi di muoversi all’interno della poesia di Garcia Lorca, in un mondo ai confini della morte.
Dopo solo i pubs, isole alcoliche al centro della Londra fumosa e sonnecchiante per la troppa birra ingurgitata dalla mattina.

Piccadilly Circus, la fontana con l’Eros illuminato, fonte di musica inattesa per la presenza di una cornamusa nei pressi dell’acqua, ecco quindi la prima presenza scozzese in piena Londra, il primo approccio con la voce delle sirene, prolungamento del nord nella capitale.
Trafalgar Square di notte è affascinante: uno spazio naturale per un teatro di strada fatto di funamboli su biciclette e pattinatori adolescenti che fanno impallidire gli adulti.
Ci si siede ai piedi del vecchio Nelson, con l’illusione di aver conquistato una fetta di mondo, spaziando verso le altre figure sul selciato, piccole e distante, isolani da indottrinare con la nostra cultura classica sfiorita. Le luci degli autobus (Roadmaster, o double decker, il diavolo è nei dettagli..) e delle macchine lungo il Pall Mall sono già cartolina.

Carnaby Street è ancora un museo a cielo aperto degli anni ‘60 e ‘70, con negozi e locali falsi come una moneta da 3 Euro, però divertente, anche grazie ad improvvisi murales dietro edifici apparentemente austeri, ricorda un po’ Temple Bar a Dublino, e forse ne è stereotipo.

221B di Baker Street, e siamo di nuovo nel bel mezzo delle pagine di un racconto, anzi di tante storie parallele, con un unico eroe. Sherlock Holmes è l’unico personaggio creato dalla penna di un autore che gode di maggior fama dell’autore stesso.
Qui è la sua casa, i mobili, la pipa, il cappello inconfondibile è poggiato accanto ad un portacenere uguale a quello che è a casa mia, un pezzo della leggenda quindi l’ho inconsapevolmente adottato.
Scale ripide e stanze di velluto rosso: “Uno studio in rosso “ trova la sua geografia tra queste mura, stracolme di cimeli falsi, tutto è irreale, inventato dal Sir Conan Doyle, eppure, proprio qui, sotto questa luce artificiale, appare più reale del mondo storico del suo autore, un piccolo Watson bibliofilo.

Di nuovo una macchina inglese, ancora sulle strade a sinistra, contro il resto del mondo,

NOTTINGHAM: la foresta di Sherwood.

Il mondo di ieri, la leggenda ci guarda e ci accoglie al “The Tales of Robin Hood “ con facce di cera, e di bronzo; un baraccone turistico per ingannarci ed alimentare il mito, e noi ci lasciamo trasportare dal kitsch più becero, e da bravi turisti saliamo sulla giostra per attraversare una foresta di Sherwood reinventata per gli americani.
Tra tiri all’arco, berlina con foto e puzza interattiva, compiamo un viaggio indietro nei libri a fumetti dell’infanzia, e Robin è duro a scovarsi, da buon fuorilegge...

Uniche pietre degne del passato in questa città reinventata per i turisti sono addossate alle mura normanne ( o a ciò che ne resta ), ed appartengono ad una Taverna alto medievale : The old trip to Jerusalem Inn .
Una taverna, così come un Pub, da queste parti può entrare nella storia, qui è già leggenda, uno scenario reale per le bevute degli old Yeomen dell’Inghilterra sassone e normanna, un rifugio fresco ed alcolico per l’uomo col cappuccio ed i suoi compari. La schiuma della birra scura traspira di secoli passati seduti su questi tavoli di legno massiccio, a parlare dello sceriffo e del perfido Giovanni, l’ombra delle travi intagliate è lo specchio opaco di una leggenda mai stata storia, che però si fa storia proprio qui.

SHERWOOD FOREST: Il cuore verde di una foresta tra le tante che punteggiano il paesaggio, come chiazze sulle colline altrimenti senza vegetazione, tutte queste micro foreste ora si danno battaglia per essere riconosciute come unica foresta del mito.
Viali squadrati ed ordinati, che lasciano poco spazio all’immagine del selvaggio dedalo di viottoli usati per gli agguati allo sceriffo, oggi tutto è preordinato, si cammina come sui binari di terra, attenti a non deragliare e a seguire le frecce che inevitabilmente conducono verso la vecchia quercia ( the old Oak ).
Albero che ha visto più di 700 primavere, ed altrettanti inverni, a giudicare dall’aspetto, pianta forse attigua a quella precedente, dove Robin amava dormire con la sua Marion, guardato a vista dagli amici.
Questo testimone arboreo del passato oggi sembra un vecchio eroe di guerra, a stento in piedi grazie a tante grucce che lo sorreggono, monumento di legno che ospita ormai più termiti che uccelli. Stanco di lasciarsi osservare, di essere additato per alti scopi turistici, desideroso forse di accasciarsi anch’esso, farsi tavolo o sgabello.

YORK: l’antico centro politico del regno inglese, al centro di terre sassoni e normanne.
Porte medievali e mura civiche che, come amorevoli braccia, si tendono a racchiudere l’intera città. Muraglia cinese, presaga di Adriano, o forse sua indiretta emanazione, mimesi di un accerchiamento, protezione e sacro isolamento di una città fiera ed antica.
Eco di spade e navi vichinghe, Jorvik traspare tra le pieghe di altre città, tra mura e strade sovrapposte.
Selciato irregolare, antiche viuzze che albergano decine di vetrine e di fantasmi, almeno a sentire le guide locale che cercano di trascinarci nel Ghost Tour, tra teste mozzate e spiriti di nobiluomini.
L’accento di queste parti è molto musicale, la lingua inglese sfuma verso una costruzione quasi ritmica, il nord resta quindi sorgente di bardi e tradizioni orali, anche in questi piccoli affabulatori per turisti.
The Shambles è un crocevia di piccole strade piene di fascino, e di gente. Case medievali dai tetti spioventi e minacciosi sembrano tuffarsi improvvisamente verso le pietre romane del selciato.
Artigianato e mercati di frutta, con strane verdure dall’aria sassone che si affacciano dai banconi degli ambulanti, vocianti qui come altrove, come a Napoli, o a Roma, ad esaltare i propri prodotti dall’aria poco invitante a dire il vero.

La frutta resta pallida come la gente locale, memore di incroci vichinghi forse.
Lo sguardo già si proietta verso la Cattedrale, inevitabilmente, la sirena di pietra che può persino fare a meno di cantare le sue lodi, intuibili già da lontano: sfarzosa dama medievale, sobria e distante dagli affanni moderni. Il colosso di pietra appare inatteso, al confluire di stradine quasi claustrofobiche, come foglie di tiglio che improvvisamente danno lo spazio a questa struttura, apparizione onirica, partorita dai libri di storia.
Luce gotica all’interno, tutto esalta la presenza di un esule in terra d’Albione, in attesa dei pellegrini pronti a pagare la sua opera di pietra.
York ha tante porte che pazientemente accolgono uomini e macchine, in altri tempi però si chiusero, ermetiche e guardinghe come le cosce di una vergine, passaggi obbligati di dogane e balzelli.
Città di strettoie comunque, percorsi obbligati, e di case cadenti, di legno che si piega sotto la pietra grigia, immobile.

DURHAM: i confini storici dell’impero a nord, città di frontiera, a contatto con i Pitti e gli Highlanders scozzesi.
Il fiume divide qui, come altrove ad Albione, città da città. Ponte come metafora di passaggio epocale oltre che geografico, punto di osservazione verso le diverse epoche della città.
Piccola città universitaria fiera del proprio passato, prostituta che vende oggi le sue leggende accademiche e marmoree ai turisti di passaggio, estrema mercificazione della cultura.
Una ragazza dai capelli rossi accompagna i turisti nelle stanze di mura antiche, di un palazzo già castello medievale, oggi centro di lettere e letture, ci si muove tra foto e cimeli di un’epoca ormai lontana, tra grida giovanili, odori e colori fattisi polvere e cenere, Carpe Diem !

Dopo Durham si iniziano a vedere cartelli stradali con l’indicazione di una nazione scomparsa, di un confine geografico ed ideale, sensazione di sconfinamento, nella geografia e nel mito, appagamento di un sogno di gioventù, tardivamente conquistato.
Il cartello che ci indica Scotland si affaccia verso il mare, dove lo sguardo si sazia, ed il verde acceso va a schiantarsi contro le scogliere.

EDIMBURGO: Capitale del regno di Scozia, città di uniformi militari e perenne esposizione di bandiere, a sottolineare un marcato nazionalismo mai placato.
Nazione fiera ed indipendente, malgrado tutto, racchiusa dal grigio carbone dei suoi palazzi e dei castelli, appendice ai toni scuri dei tetti, e contrappunto al cielo blu che però si sta facendo grigio, a queste latitudini.
Il castello e la residenza di Holyrood svettano dall’alto della collina, sul resto di una città frenetica, nel bel mezzo di un festival di musica e teatro, di opera e saltimbanchi sulle piazze, folli e tenori.
Poi le cornamuse, finalmente: ecco la voce delle sirene, ecco la loro isola e la loro musica che ci accoglie amorevolmente, oltre quel mare che ne preannunciava la presenza.
Musica continua, ipnotica, che illude circa il numero degli strumenti, si attende un’intera banda militare ed invece ci si trova di fronte ad un unico piper sul Royal Mile, e si fa complesso, ora come più tardi in questa Scozia spettrale.
Città geometrica, incasellata tra strade gemelle in basso, aspetto vittoriano e modernità di negozi e vetrine vanno a braccetto, mentre la collina antica di storia e bellezze dall’alto osserva le frenesie borghesi.



Il vecchio maniero scozzese è proprio in fondo al Royal Mile, ben visibile, protetto da giovani guardie della regina in kilt, essi stessi involontariamente attrazione turistica, segnati dal flash dei giapponesi in visita.
Stanze regali, covi di assassini e traditori inglesi, sale di armi e gioielli della corona, un’altra corona nazionale, opposta a Londra in tutta la sua fiera indipendenza.
Qui più che mai sembra difficile rinunciare ad una nazionalità soppressa: uniformi e tartan come se piovesse, armi e battaglioni, nomi di generali ed eroismi di patria si affacciano dalle vetrine dell’esposizione permanente, ad eterno monito del passato.
McLaud, McIntire, nomi che suonano come una cornamusa nell’inconscio turistico e filmico lungo il Mile, insegne di Pubs e negozi, in una strada brulicante di romani, nemmeno fosse via del Corso .
Il profumo di Haggis e birra scura punteggia la passeggiata, bagnata da una pioggerellina fine ed incessante ( la celebre doccia ? ) mentre si va a corte, al castello grigio di storia e di smog.

Edimburgo vista dall’alto sembra un modellino geometrico, come dall’alto della torre di Walter Scott; dal cielo si riacquista un senso della misura perduto in mezzo alla folla, ma la musica arriva inaspettatamente anche a queste altezze, è difficile sfuggire alle sirene...
Al di sopra di Holyrood ( una Versailles più timida, in miniatura ) ci attende una piccola Atene abortita, il tutto però proprio al termine di un percorso punteggiato da migliaia di scale che mettono a dura prova le nostre caviglie.
Un Partenone incompiuto, monumento alla follia umana, alla grandeur di una nazione mancata, defraudata della propria indipendenza e dei soldi necessari a completare l’opera. L’effetto è quello di un tempio greco in terra di Albione, però già rovina, prima del suo completamento.

PERTH: si attraversano varchi e ponti che scompaiono e poi riappaiono dall’acqua, come in una giostra Disneyana, come assassini navigati tagliamo gole verdi dove scorrono fiumi di acqua gelida, figli dei ghiacciai che scompaiono anch’essi per una magia più naturale.
Un’acqua che, supponiamo, si trasformerà immancabilmente in whisky scozzese, dentro bottiglie opache che poco lasciano trasparire del liquido di vita che gelosamente contengono.
Perth ha conservato ben poco dell’antica nobiltà di seconda capitale scozzese, rivale ad Edimburgo nei secoli d’oro; centri commerciali, zone pedonali ed un altro fiume che attraversa la città ci danno modo di sostare di nuovo in un Pub, nel consueto pellegrinaggio, questa volta alla affannosa ricerca di un cappuccino, mai agognato così a lungo.
Il luogo resta quindi solo un’ennesima tappa verso il nord, verso i Lochs che ci attendono lungo strade provinciali sempre più verdi e pericolosamente più strette.

LOCH NESS: i piedi a bagno nel mito più resistente delle terre dei Pitti. Uno specchio di acqua trasparente incastonato tra monti e radi alberi, rocce che si fanno sassi e ciottoli da tirare nel lago, col rischio che nell’acqua di Nessie cadano anche orologi ( tributo involontario al re del lago, forse..).
Onde e riflessi ingannatori ci illudono e lasciano immaginare Nessie, come al centro turistico dedicato al mostro, luogo di foto e documentazione scientifica che lasciano però ancora molti dubbi, e la volontà di essere scientifici si lascia contagiare dal mito.

Lungo l’interminabile Loch Ness, si può sostare ad Urquaith, rudere di castello che resta miraggio, immagine da cartolina che non si vuole disvelare, chiuso alla curiosità legittima dei turisti pomeridiani, distante come una bella donna che si fa a stento ammirare.


Loch ness diventa Loch long, ma l’acqua è la stessa, e gli alberi ricompaiono più fitti verso sud, viaggiamo al termine del lago, con sosta a

FORTH WILLIAM: ultimo baluardo a difesa del lago. Città portuale che vigila sulle sponde del Ness, ovvero del Long.
Una città bianca, si snoda in una lunga area pedonale cosparsa di Pubs e friggitorie, molte vetrine di lane e maglioni in bella mostra.
L’ Edinburgh Wollen Mill su tutto e tutti: un mulino di lana sulle sponde del lago: “ Those are pearls that were his eyes”, perline di acqua gelida trasportate dal vento si propagano nell’aria notturna, quasi autunnale.
In un Pub affacciato sul lago si parla gaelico: voci del passato che incorniciano volti di veri Highlanders, e dopo tutto le Highlands sono da queste parti.
Speroni di roccia a strapiombo su ruscelli di acqua fredda, buona da bere sul luogo, paesaggi lunari che ci spingono a risalire colline e scendere i dirupi, quasi a voler emulare le grida di battaglia dei clan scozzesi.

LOCH LOMOND: è alle spalle di Glasgow, e dietro una melodia nota, canzone che si materializza dalle cornamuse dietro una serie di curve a gomito sulla strada che lo costeggia a lungo senza però lasciarci molti approdi, la musica si fa improvvisamente acqua e terra.
Tutto sembra immobile, qui non ci sono mostri da scorgere, nessuna oscura leggenda, solo una bellezza sfacciata, un paesaggio esageratamente godibile.
Viene in mente Byron: “ she walks in beauty, like the night..” e volti femminili si affacciano alla memoria, si sovrappongono alla geografia reale ed altre bellezze vanno a gareggiare nella mente seduta al nord.
Abbiamo preso la strada più bassa anche noi, e siamo giunti in Scozia prima del nostro amore, sulle sponde del Loch Lomond, stiamo qui ad aspettarlo.

CARLISLE. Alla ricerca del Vallo, sulle orme di Adriano in un paese di confine.
Stradine terrose, vicoli ed incroci al tramonto, nemmeno uno straccio di indicazione turistica, ci muoviamo come esploratori verso una fortezza invisibile.
Case di pietra, mattoni che sono già il vallo, mura di giardini privati che fanno parte del più grande muro d’Europa.
Un ennesima curva a destra e finalmente la prima traccia visibile del Vallo di Adriano è sotto gli occhi prima che tramonti il sole: un muricciolo instabile ed un rudere di fortilizio è ora tutto ciò che resta della struttura di difesa più resistente del continente, il limes a nord dell’impero è dunque tutto qui.
Resta però il fascino intatto di queste pietre irregolari, grigie ed ocra, sassi ricolmi di storia, di Roma che in parte ci trasmettono una sensazione di casa, quasi fossimo ai fori imperiali, o al muro torto.
Carlisle è dominata da una rocca normanna che vigila aldilà delle sue mura ocra, oltre il solito ponte che divide in due la città moderna da quella medievale.
L’aspetto è di città simil-balneare tra portici e centri commerciali, non fosse per le porte d’ingresso al centro e le tracce di una dogana medievale.
I fast-foods equiparano questa città almeno gastronomicamente al resto dell’Inghilterra; qui si mangia come a Londra o ad Edimburgo, polpette di carne e milk shakes, oltre la birra rituale chiaramente...

THE LAKE DISTRICT: inseguendo la mia musa poetica, si giunge alla terra del Romanticismo per eccellenza, Wordsworth aleggia ancora a Windemere e sopra Kendal.
Strade verdi di collina che improvvisamente strapiombano nella pianura, verso i tanti laghi che punteggiano questo paesaggio di un verde smeraldo inatteso, come pause di relax per gli occhi onnivori dei turisti mai sazi.
La tomba del poeta è al centro di altre pietre, di altri sepolcri familiari, ad unire la famiglia nella morte. Troppo facile è il richiamo ad urne greche e morte per acqua, e così anche Keats e Coleridge si affiancano al ricordo del poeta in questi luoghi umidi di poesia, e di rugiada.

CHESTER: Castrum, di nuovo memorie imperiali, qui Roma ha lasciato addirittura il nome latino.
Una cerchia di mura e porte che ancora caratterizzano la geografia di questa città oggi universitaria.
Cariatidi di legno si affacciano, anch’esse minacciose, dalle vetrine dei negozi incorniciati dal legno. Il mondo di Chester si riappacifica in un tramonto sanguigno vissuto e goduto a lungo dall’alto delle mura civiche, un po’ come a York, qui però si scende improvvisamente verso il fiume e sotto i resti di un teatro ed un foro romano.

STRATFORD UPON AVON: la strada verso il sud si ammorbidisce, le montagne scozzesi sono alle nostre spalle da lungi ormai, alla radio le cornamuse risuonano nel ricordo di questa gita.
Si arriva finalmente all’Avon, l’Acheronte della cultura, medium di mondi reali ed ideali, nome che riecheggia da libri e memorie scolastiche mai sopite.
Case, vie, nomi di botteghe e di negozi moderni che si richiamano a pagine di alta poesia, e ci raccontano di Anne Hathaway, di Lear e di Amleto. Persone o personaggi ? Vite reali o pura fiction ? Le case dai tetti di paglia sembrano averli ospitati, molto tempo fa’, in questi cortili, tra fiori e piante umide della pioggerellina incessante in questa giornata.
Pubs e locande antiche, di legno scuro e forte come la birra locale, bevuta all’ombra delle candele e di altra gente che pranza alle ore più inusuali.
Sulla strada che costeggia l’Avon la memoria letteraria si nutre con avidità del teatro, la scuola e la sua chiesa, e la tomba.


Ecco il termine del mio personale pellegrinaggio alla mecca: l’oriente, Giulietta è il sole e tutto nasce e muore qui, in una cappella di marmo e legno.
L’ingresso è a pagamento per la folla dei pellegrini, un tempio ha bisogno di protezione, e la vecchia signora che attende i miei soldi forse è Caronte, ecco allora che l’Avon si può a buon titolo chiamare casa dello spirito.
La casa natale del poeta si concretizza metaforicamente dietro un giardino battuto dalla pioggia: letto, cucina, salone, tutto traspira della quotidianità del mito, del personaggio che si cela dietro il nome, spesso identificato con altri scrittori, quasi negandogli dignità di vita propria. Invece ecco qui, sotto gli occhi, le tracce di una vita vissuta, ed ora visitata da orde di turisti accalcati dietro le bacheche, Re Magi venuti da oltre il mare ad omaggiare il figlio del genio, prediletto dalle Muse.
Firmo il libro delle presenze e la mano trema scorgendo altri libri, altre firme apportate nel passato ad eterna memoria del passaggio nella casa: Mark Twain e Melville tra gli altri hanno scarabocchiato le loro firme, trasformando quei monogrammi in tracce letterarie.
La penna trema a confronto della letteratura.

OXFORD: alma mater universitaria, aria di libri pesanti per studio ed esami, sembra di muoversi all’interno di un film di Attenborough.
I ragazzi vanno in bici con maglione al collo e quaderni sotto il braccio, in un’atmosfera rarefatta della Domenica mattina; si vaga per le strade fresche cartina alla mano, alla ricerca dei Colleges più famosi, i cui portoni restano però chiusi ai turisti, a proteggere la cultura dal barbaro oltre manica.
Christ Church College svetta per la sua aura di storia e cultura, accanto a torri vere e costruzioni scenografiche, falso gotico che ritorna nei pressi di Londra, espressione del desiderio di attorniarsi di un passato remoto ad accrescere la propria gloria.

Attendiamo che il professor Keating appaia da un portone semichiuso, a parlarci dei poeti estinti invitandoci a giocare a calcio proferendo poesie romantiche, invano...
Oxford è uno scenario, incontro di luci ed ombre studentesche, serie di nomi e citazioni che si inseguono e trasfigurano tra le pietre grigie dei palazzi nobili, nel silenzio delle pietre.
English style after all.

9 commenti:

Matteo L. ha detto...

Che bello aver trovato il significato di tutto. L'ho trovato molto più utile di una guida. Bravo e complimenti per la pazienza

koala ha detto...

Grazie per i piccoli sorsi, anche se io non bevo te'.
Molti di quei posti li ho visitati e ne conservo un bel ricordo, mentre ne vorrei visitare tanti altri.
Grazie per il tuffo nel passato.
Baci

AndreA ha detto...

Un post di sicuro interesse e ... fascino! ;-)

A presto! :-)

Marlene ha detto...

da stampare e portare con sè.

DUCHESSA ha detto...

Volevo andare a Londra.. mi sembra di esserci stata, grazie assai..

Neverland ha detto...

complimenti, interessante!

Neverland ha detto...

DIMENTICAVO...hai ricevuto un premio passa da me a ritirarlo!

fabio r. ha detto...

@teo: grazie!
@koala: anch'io mi rituffo nella memoria ogni volta che rileggo qualche riga..
@Andrea: a presto!
@Marlene: troppo buona!
@Neverland: grazie e complimenti per il blog. ora ci ripasso!

Radio Pazza ha detto...

Io ho vissuto a Cambridge per 1 anno di erasmus ... da quel dì amo le bibite calde come il tè. Ora sono un fan dell'Earl Grey con una goccia di latte freddo.

Bak