Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri. (Walter Benjamin)

domenica 30 novembre 2008

Feticci Natalizi

Da qualche tempo combatto ormai contro una lieve forma di agorafobia unita ad una storica misantropia; non è ancora patologia, ma ammetto che quando mi addentro in mercatini rionali o mi muovo all'interno di centri commerciali, mi sento un po' "unbehagen", come direbbero i tedeschi, ovvero a disagio, non proprio sicuro insomma...
Beh, ieri sera ho combattuto contro questa mia tendenza ed ho accettato un invito a cena da parte di amici. E qui scatterebbe - giustamente - l'obiezione "Chissenefrega..", ed io sarei d'accordo, ma la faccenda che mi spinge a riflettere addirittura con un post pubblico (sic) è altra:
prima dell'incontro faccio due passi da solo in centro, mi aggiro come un flaneur tra le strade illuminate che ispirano atmosfere pre-natalizie, stracolme di facce e mani, di voci e musichette in sottofondo, con vicoli e piazzette che profumano di dolci manco fossi in Baviera...
Mi isolo solo un po', leggermente, dalla folla indossando le cuffiette per ascoltare buona musica irlandese, aumentando così il senso di straniamento che per me si fa porta verso l'analisi simil-sociologica del milieu urbano.




I colori dei pacchetti, la finta varietà delle merci, che - invece - sembrano portare tutte alla stessa direzione di mercificazione della festa, le forme ed i riferimenti quasi univoci dell'offereta proto-natalizia, la mia stessa condizione di flaneur improvvistao, rabdomente tra i banchi dell'esposizione, mi fanno ripensare a Benjamin ed al concetto di merce - feticcio, che il filosofo tentò di esprimere e sublimare in un'opera incompleta: I Passages.
Ecco allora che il presente, l'attuale, il contingente, il fuggitivo formano questa modernità anelante di tradizione in cui mi muovo.



Benjamin descrive la sua epoca, quella delle esposizioni universali, del trionfo delle merci che diventano feticcio, acquisendo anche una condizione estetica.
Secondo lui il moderno è caratterizzato dall’ambiguità e l’ambiguità è l’apparizione figurata della dialettica.
Questo stato immobile è utopia, e l’immagine dialettica un’immagine di sogno. Un’immagine del genere è la merce stessa: come feticcio.
L’ambiguità del moderno dipende dall’ambiguità della merce, che è, nello stesso tempo, valore di scambio e valore d’uso. Il moderno non è soltanto attuale e recente, è anche e soprattutto novità. Ogni merce, per essere venduta, deve presentarsi come nuova, a prescindere dal suo uso. Il nuovo assicura la diversità della merce, che però fa presto a diventare vecchia.
"La novità - scrive Benjamin - è una qualità indipendente dal valore d’uso della merce. È l’origine dell’apparenza che è inseparabile dalle immagini prodotte dall’inconscio collettivo. È la quintessenza della falsa coscienza, di cui la moda è l’agente infaticabile. Questa apparenza di novità si riflette, come uno specchio nell’altro, nell’apparenza del sempre uguale"
Ed ecco come una serata che avrebbe poi preso mosse piuttosto "ordinarie" si è trasformata in un'ennesima presa di distanza, in una riflessione allegorica sul presente, come se io lo pensassi "al di fuori", e quei banchi pieni di pacchetti natalizi si fanno oggetto indistinto di modernità già vecchia, in uno strano rincorrersi del tempo, mentre io - lento come un bradipo - passeggio ciondolandomi tra facce e stelle di natale, tra cappelli e sorrisi di circostanza.
E scatto un paio di foto....



P.S. La compagnia e la pizza comunque erano entrambe eccellenti.

6 commenti:

XPX ha detto...

Mah guarda, io associo il Natale alla mia infanzia: regali e giochi arrivavano solo quel giorno. Forse è una delle poche volte che accetto la mercificazione di una festa.

Inenarrabile ha detto...

Io penso che se non ci fosse il ritorno delle ricorrenze e delle mercificazioni strumentalizzate da queste ricorrenze sarebbe come vivere in un tempo continuo nella speranza dell' arrivo di un segnale di fermata. Ogni minimo avvenimento sarebbe da segnare sul calendario come importante, fino a rendere nullo qualsiasi aspetto interessante. Come a dire: fra tre abiti so cosa scegliere, tra 100 abiti, alla fine può darsi che non so cosa scegliere.
Al supermercato l' offerta è di scaffali pieni di merci uguali, con marchi diversi: scegli quello che ti costa meno o di più a seconda della figura che vuoi fare. Compri un panettone perché è Natale, altrimenti non lo faresti mai. Il panettone non piace a nessuno, ma a Natale lo compriamo tutti. Una canzone natalizia dice: "A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai", sai cosa vuol dire?! Significa che il Natale è la festa del panettone, solo lui infatti fa quello che non può fare mai: viene mangiato.

[Tranquillo, non ero seria :D]

Ciao :))

P.S.= il post mi è piaciuto tanto, ma spetto tutto l' anno il Natale, meno il panettone e odio i supermercati. Quanto alla tua uscita credo che se lo facessi più spesso ti dimenticheresti le tue fobie, un saluto ;)

desaparecida ha detto...

mi aggrappo alla parte finale del PS di inanarrabile....e il tuo post è bellissimo!

Io mi sento un po' stretta in questa corsa folle verso le feste ....nn so vorrei toni minori...e + sincero piacere di stare insieme!

ti abbraccio

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

La foto del supermercato in effetti rende il Natale come un prodotto locale fatto in serie in modo standardizato.

Daniele il Rockdichter.

Marlene ha detto...

"ogni merce, per essere venduta, deve presentarsi come nuova, a prescindere dal suo uso. Il nuovo assicura la diversità della merce, che però fa presto a diventare vecchia" io invece aspetto natale per la banale rassicurazione che anche quest'anno (e solo per natale) ci sarà il pandoro. quello classico. quello che si mette appoggiato sulla soglia del camino per far sciogliere il burro e farlo diventare soffice e delizioso. mi accontenti di poco.

María ha detto...

Il consumismo fa che il Natale mi sembri ogni anno più triste .. tra altre cose.

Credo che abbiamo perso il vero sentito tra i regali.

Un bacio.